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3. Il Trecento
Nel Trecento è il secolo dell'Ars Nova, da intendersi
come tecnica (ars) nuova (nova) in opposizione a qulla
antica (antiqua) dei secoli precedenti. Grande importanza ebbero a questo
riguardo i trattati Ars novae musicae dei parigini Johannes de
Muris e Philippe de Vitry. La novità della musica riguardava
soprattutto la notazione e il netto prevalere delle composizioni profane
rispetto a quelle sacre, fatto che riflette la crisi politico-religiosa
che provocò il trasferimento del papa da Roma ad Avignone.
La forma più importante fu il mottetto, spesso avente funzioni
celebrative di personaggi autorevoli, con sfondo politico o morale.
Il più importante compositore fu Guillaume de Machaut che lasciò numerosi mottetti di argomento amoroso-cortese ed
encomiastico-politico, lais, virelais, rondeaux, balldes e la prima messa polifonica: la Messa di Notre-Dame (1360
circa).
L'Ars Nova italiana riceve importanti influenze da Parigi e
dalla Francia che conducono progressivamente allo sviloppo della polifonia.
In Italia l'ambiente culturale nel quale si sviluppò l'Ars Nova
fu quello della nuova cultura volgare, la stessa che aveva portato alle
esperienze letterarie del Dolce stil novo e artistiche di Giotto. La
"poesia per musica" rapprsentò un nuovo importante
genere della poesia volgare del Trecento, e comprendeva madrigali, cacce
e ballate, appositamente scritte per essere musicate.
Nella fase iniziale l'Ars Nova italiana si sviluppò soprattutto
nel nord presso le corti degli Scaligeri e dei Visconti dove furono
attivi Jacopo da Bologna e Giovanni da Firenze.
In una seconda fase, che ebbe come centro la città di Firenze,
operarono Gherardello, Donato da Cascia, Nicolò del Preposto
da Perugia e soprattutto Francesco Landino. Nella fase
finale (primo ventennio del Quattrocento) troviamo Bartolino da Padova,
Matteo da Perugia, Zaccaria e Giovanni da Genova. La decadenza dell'Ars
Nova italiana si coincise con le mutate condizioni culturali, ed ebbe
come ultimo esponente il compositore e teorico vallone Johannes
Ciconia (1335 circa - 1411).
In base al pensiero estetico medievale un compositore scriveva una
composizione pensandola per l'esecuzione vocale ed in rapporto al testo
che la accompagnava. Questo fatto può aiutarci a spiegare come
mai siano pochissimi i manoscritti che ci sono pervenuti relativi a composizioni strumentali. Tra tutti, il più noto è
il Codex Faenza, che contiene anche varie composizioni per tastiera.
Il Codex Faenza (Codice 117 Bonadie) fa parte delle raccolte musicali della Biblioteca Comunale di Faenza e si compone di 184 cc. pergamenacee. Iniziato nel Trecento in Mantova da un organista lombardo, che ne compilò l'importantissimo repertorio strumentale, nel Quattrocento entrò in possesso del carmelitano Johannes Godendack, il cognome del quale tradotto in latino è Boandies ed è distintivo specifico del codice. Trasferendosi per l'insegnamento a Reggio Emilia e a Parma, il Bonadies vi aggiunse vari trattati teorici, una propria composizione, canti greci del Concilio di Firenze, polifonie sacre e profane dell'epoca, lasciandolo infine alla biblioteca del Monastero di S. Paolo in Ferrara, dove la morte lo colse.
Studiato dal maestro bolognese conventuale Giambattista Martini, che nel Settecento ne fece fare copia e ne trascrisse alcune musiche, tra l'Ottocento e i primi del Novecento se ne era persa ogni traccia ed era considerato definitivamente perduto. Alla mostra musicale tenuta a Bologna nei primi anni del Novecento fece grande scalpore la comparsa di questo codice, pervenuto misteriosamente tra le raccolte musicali
della Biblioteca Comunale di Faenza. Oggi costituisce la più ricca e più antica raccolta di musica strumentale. E' stato, ed è tuttora, argomento di studio in scritti musicologici di grande valore. Il musicologo americano Dragan Plamenac ne ha curato una edizione critica.
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