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Approfondimenti

 

Renzo Cresti

La grande Scuola di Canto
dal Barocco al Romanticismo

 

Il Barocco e l'ambiente romano

Il travagliato periodo cinquecentesco porta a un nuovo equilibrio politico, sociale e culturale nell’età che prende il nome di Barocco, equilibrio instabile e, per molti aspetti, solo superficiale. Il termine “barocco” nella filosofia scolastica designava un sillogismo apparentemente logico, ma in realtà insignificante e che, nella terminologia spagnola e portoghese, indica una forma irregolare: per questi caratteri il termine si combina con quello di “bizzarro”, usato soprattutto in Francia con riferimento a forme stravaganti e fantasiose (Montaigne utilizza il termine “barocco” proprio in questo senso, interscambiabile con “bizzarre”).

Malgrado il trionfo del dogmatismo della Controriforma e dell’Assolutismo politico (Spagna, Francia, Impero), le crisi che avevano attraversato il Cinquecento non sono passate invano: l’uomo accetta un mondo ordinato autoritariamente, ma la sua coscienza è inquieta, vaga tra l’aspirazione all’ideale e il dubbio, è tormentata dall’angoscia della vanità del tutto, dalla drammatica consapevolezza che non esiste un’unica verità. L’arte acquista un’importanza prima sconosciuta nei centri cattolici, perché è vista come il mezzo privilegiato per coinvolgere e controllare le coscienze. Stato e Chiesa si trovano strettamente alleati e per questo è difficile distinguere il sacro dal profano nella musica dell’epoca (tipico esempio è quello dell’Oratorio in volgare). Si riprende la definizione aristotelica dell’arte come mimesi (imitazione), ma non tanto per farne una forma di conoscenza e di rappresentazione come nel Rinascimento, quanto per utilizzarla nel coinvolgere emotivamente lo spettatore/ascoltatore: attraverso la forma sensibile si cerca di commuovere, dilettare, persuadere, per giungere all’intelletto; il modello dell’oratore, che incanta con la sua eloquenza, è quello da imitare, la retorica fornisce dunque la traccia da seguire per muovere gli affetti. Caccini, nelle Nuove Musiche, parla di un parallelismo fra i “colori rettorici” e i “passaggi, trilli e altri simili ornamenti, che sparsamente in ogni affetto si possono introdurre”, assimilando l’uso degli abbellimenti a quello delle figure retoriche. I teorici tedeschi elaborano, partendo da Eger von Kalkar, una vera e propria teoria degli affetti, Affekten-lehre, stimolati dalla forte valenza educativa assegnata alla musica dalla Riforma luterana.

Il teatro in prosa cede il posto a quello musicale, dove si accentua l’elemento fantastico, facendo scattare la molla dell’immaginazione che supera la distinzione fra reale e immaginario, tra presente e sogno, tra verità e finzione, realizzando pienamente gli ideali barocchi del meravigliare. Solo la Commedia dell’arte riesce a tener testa all’Opera nei favori del pubblico, prestando a quest’ultima anche tematiche e procedimenti, come avviene nell’Opera romana con inserimenti comici; famosa era la Compagnia dei Gelosi di Isabella e Francesco Andreini, i cui canovacci furono raccolti da Flaminio Scala nel Teatro delle favole rappresentative (1611). E’ noto che il cardinale Giulio Rospigliosi fu librettista e principale fautore dell’Opera a Roma, autore di libretti dove mescola elementi severi e comici, su imitazione anche dei drammi spagnoli.

Nella Basilica di san Pietro si realizza una musica stereofonica che amplifica gli esempi veneziani di san Marco, realizzando il principio dello stupore con gruppi di 20 o 40 cantori e strumentisti piazzati in diversi posti (come ci testimonia Mascardi in una lettera a Liberati del 1685). Il rapporto della musica con il luogo acustico, che, almeno in linea di principio, dev’essere piccolo, è attentamente studiato.

L’intervento musicale diventa ben più ampio di quello prospettato dalle autorità ecclesiastiche, infatti tutti i riti vengono riccamente accompagnati con musiche, sempre più gradite a quello ch’è un vero pubblico di fedeli. Accanto ai cantori possono esibirsi i cantanti d’Opera, soprattutto durante gli Oratori, e gruppi di strumentisti prendono sempre più frequentemente posto in chiesa, ignorando il richiamo alla severità avanzato dal Concilio: lo stile palestriniano non è molto seguito, in realtà, le novità dello stile rappresentativo, della monodia accompagnata, della tecnica concertante sono sempre più seguite da quello che verrà battezzato il “Barocco colossale”. Pure Pietro Della Valle, citando Mazzocchi, c’informa della pratica di alternare gruppi diversi di esecutori in chiesa, e, in un documento del 1640 intitolato Della musica della nostra età ci dice anche delle voci: “i nostri maestri, piuttosto che usare sottili artifici si basano sui sentimenti che scaturiscono da ciò ch’è cantato /…/ non si possono paragonare i falsettisti con le voci naturali dei soprani e dei castrati”. E proprio per esaltare l’espressività naturale, ottenuta dalla fusione dei due registi, che sulla metà del XVI secolo nella musica di chiesa si eliminano i falsettisti.

Nella sua Rappresentazione di Anima et di Corpo, Emilio de Cavalieri raccomanda che “il cantante habbia bella voce, bene intonata, e che la porti salda, che canti con affetto e in particolare esprima bene le parole, che siano intese”. Sullo stesso piano estetico e tecnico, anche il romano Ottavio Durante che, negli Avvertimenti ai Cantori (1608), si dilunga su come debba essere eseguito il canto affettuoso: “i cantori hanno da capir bene in se stessi quel che hanno da cantare /…/ cantar adagio, porgere la voce con gratia e pronunciando le parole distintamente.

L’applicazione della monodia allo stile sacro e la trasformazione del Mottetto polifonico in solistico accompagnato è anticipata dai Concerti ecclesistici di Banchieri e Viadana. L’esempio, rafforzato dall’autorità di Monteverdi, è seguito soprattutto in area veneta, dove meno forte è il controllo dell’autorità ecclesistica romana: tra i più interessanti sono le raccolte di Mottetti concertanti di Giovanni Rovetta, successore di Monteverdi in san Marco, e soprattutto di Alessandro Grandi, vicemaestro nella Basilica veneziana accanto a Monteverdi.

Monteverdi e la Seconda pratica

In una lettera del 1633, Monteverdi chiarisce la differenza fra l’armonia fondata sulle ragioni della Prima pratica, dove il testo viene adattato alla musica, e quella basata sulla Seconda che è la realizzazione del suono della dizione emotiva dell’espressione poetica la quale, seguendo le indicazioni di Platone, dev’essere scelta per il suo valore spirituale. Da questa differenza era partita la polemica dell’Artusi, che nel 1600 aveva pubblicato L’Artusi ovvero delle imperfezioni della moderna musica, nel quale aveva accusato Monteverdi di “procedimenti che offendono l’orecchio”, perché realizzati non in nome delle ragioni squisitamente musicali, ma in nome di quelle del testo, quindi per l’Artusi la musica ha le sue regole in sé, mentre per Monteverdi la “perfetione della moderna musica consiste nel seguire l’oratione” (così scrive nella Prefazione al Quinto Libro di Madrigali, nel 1607). Per Monteverdi la Seconda pratica è dunque il ritorno alla concezione della musica come realizzazione della poesia nei suoi tre elementi unitari: il significato, il ritmo e il suono, elementi che il musicista plasma seguendo la rappresentazione degli affetti.

Nel suo studio sulle Modalità e realtà fonetica nel “Lamento di Arianna” di Monteverdi (1), Annibale Gianuario, uno dei primi grandi studiosi di queste tematiche, fa una considerazione interessante sull’armonia e dice: “si potrebbe analizzare la modalità del “Lamento” basandosi sul basso continuo, cioè considerando indicativa la finale del basso stesso /…/ non ci sembra una soluzione attendibile, in quanto la modalità viene determinata dal verso e il continuo è da considerarsi rivelazione di particolari “armoniche” evidenziate dalla dizione che altresì determina quelle componenti armoniche che Monteverdi notizia sul basso”. E’ quindi l’individuazione del suono vocalico e sillabico che determinano l’espressione e di conseguenza la modalità, come nella musica degli antichi greci, ai quali gli umanisti si richiamavano, il modo allora doveva essere determinato dalla sonorità della frase, in un’unità fonico-semantica, articolata in accenti e timbri. E’ il modo particolare di esprimere l’emozione che il testo suscita che determina la mese e la finalis e, in ultimo, il modo di essere dell’armonia.

Le edizioni moderne delle composizioni di Monteverdi tradiscono spesso il lavoro originario, inquadrandolo nel sistema armonico delineatosi dopo l’epoca monteverdiana, s’ignora la poiesis e la semiografia del Cremonese, e si da’ vita a interpretazioni vocali che non conoscono le flessioni foniche derivate dall’espressione verbale e producono falsi storici. Si crede oggi di conoscere Monteverdi, ma in realtà, per colpa delle troppe falsificazioni storiche si ascolta una musica altra, riadattata alle varie mode.

Da un punto di vista canoro, l’estrema purezza e fragilità del suono-poetico richiede la stessa prefezione della emissione che permette la realizzazione dello spiccato (tipico della esecuzione della virtuosità) che deve far risaltare bene ogni suono-sillaba e, per realizzare questa pronuncia, occorre creare il suono utilizzando al massimo i risuonatori sopra-laringei che hanno sede nelle fosse nasali e nei seni paranasali, cosa che oggi non si ascolta quasi più. La risonanza totale quindi (la “voce sonora” del Caccini) è possibile solo mediante il meccanismo dell’appoggio che permette il registro unico e quindi l’omogeneità e la purezza dell’intonazione. C’è un grande segreto per giungere alla perfetta vocalità ed è quello di considerare che esiste un punto unico dell’appoggio per tutti i suoni della scala musicale (nessun testo italiano antico, e ciò è significativo, accenna ai cosiddetti “passaggi di registro”). Inoltre l’emissione va realizzata sul fiato, creando così un suono vivo e vibrato e permette di portar la voce attuando i particolari effetti cromatici tipici del canto affettuoso. Il crescere e lo scemare della voce dev’essere basato su una buona respirazione (alcune conformazioni facciali possono aiutare la buona risonanza, come la forma del naso).

Virtuosisimi

E’ risaputo che la cosiddetta “Scuola veneziana” prenderà, soprattutto nel folto sottobosco delle tantissime produzioni che i nuovi teatri pubblici sollecitano e rappresentano, non solo a Venezia (dove si calcola che, alla fine del Seicento siano state messe in scena non meno di 350 Opere nuove!) ma in tante altre città italiane ed europee, la strada del virtuosismo, con le esibizioni nelle Arie con da capo (ABA1, codificata da Antonio Cesti, assieme all’Aria strofica e a quella a rondò) delle primedonne e dei castrati che presto conducono l’Opera a una decadenza, denunciata da più parti: dall’Arcadia ad Antonio Muratori (che definisce l’Opera “unione e mostro di mille inverosimili), da Zeno e Metastasio per ciò che riguarda in particolare i pessimi libretti, ad Alessandro Scarlatti che sente l’esigenza di una “riforma”; celebre è l’ironica accusa scritta nel libello Il teatro alla moda da Benedetto Marcello: “non dovrà il moderno compositore di musica possedere notizia veruna delle regole del ben comporre /…/ saprà poco leggere, manco scrivere /…/ non si intenderà punto di poesia, non distiguerà il senso dell’orazione /…/ procurerà che le arie migliori tocchino sempre alla prima donna /…/ se la seconda donna si lamentasse nella parte d’aver manco note della prima, procurerà consolarla ragguagliandone il numero con passaggi nelle arie, appoggiature ecc.” L’eccesso di virtuosismo fine a se stesso e la sempre più prepotente scenotecnica portano l’Opera seria di fine Seicento nelle secche di un tanto ricco quanto vacuo spettacolo di rappresentanza, inaridimento evitato, in gran parte, dalla più scorrevole Opera buffa che però, a causa della sua forma schematica, della volontà di aderire al gusto borghese, del carattere realistico e dei ruoli non sempre affidati a interpreti di primo piano, si allontana dai principi della grande tradizione di canto, per inseguire una verosomiglianza psicologica e situazioni ironiche che tendono a un canto funzionale alla pittura di situazioni (questo in generale e, ovviamente, con le dovute eccezioni).

E’ evidente come i virtuosismi plateali, fatti solo per la vanità dei cantati e per strappare l’applauso, hanno ben poco a che vedere con i “colori rettorici” con cui Caccini paragona gli “ornamenti” alle figure retoriche. Si perde il senso platonico della “Melodia” e si ritorna a una sorta di Prima pratica. Sarà questa la strada maestra, nei suoi tratti generali, dell’Opera seguente. E’ più facile che la grande tradizione si riscontri, per trasmissione orale, nell’ambiente veneziano extra-operistico, come quello delle Canzoni.

L’opera Didone di Cavalli, opera che può essere considerata la più monteverdiana di questo grande allievo di Monteverdi, può essere giudicata una estrema frontiera delle caratteristiche dello Stile rappresentativo, in effetti fu rappresentata a Venezia al Teatro san Cassiano nel 1641. Per esemplificare le modalità di canto giuste è bene riportare un passo del teorico francese Père Mersenne (pubblicato a Parigi nel 1636): “quanto agli italiani essi realizzano molte cose nei loro canti di cui i nostri sono privi, poiché rappresentano al massimo grado le passioni e gli affetti dell’anima e dello spirito /…/ invece i nostri francesi si contentano di piacere all’orecchio e utilizzano una dolcezza continua nei loro canti: ciò impedisce l’energia”. Quello di cui si lamenta Mersenne è valido ancora oggi, infatti i cantanti d’Oltralpe non hanno consapevolezza di ciò che fu il concitato drammatico tipico della Seconda pratica e che si conserva anche nelle Canzoni della Venezia del Settecento, una città ricchissima di musica dove “si canta nelle piazze, nelle vie e sui canali. I mercanti cantano mostrando la loro merce, gli operai cantano lasciando il lavoro, i gondolieri cantano aspettando i loro padroni”, così descriveva il clima canoro Goldoni nelle sue Mémoires (stampate a Parigi nel 1787). Le anonime Canzoni veneziane del XVIII secolo sono basate su una scrittura vocale che mette in rilievo le qualità tipiche del canto dell’epoca: purezza e leggerezza di emissione, perfezione nell’intonazione, estensione ed omogeneità.

I trattatisti del Settecento

Cosa dobbiamo intendere per studio basato sull’estetica? Una ricognizione sui caratteri scientifici ed artistici di un lavoro, mentre va curato contemporaneamente l’approfondimento dell’analisi dei caratteri poetici del lavoro stesso, intendendo per poetico il carattere della struttura espressiva di esso, per esempio la Camerata dei Bardi, Monteverdi e tutti i cultori della Seconda pratica seguono la concezione estetica di Platone; non dimentichiamo che Firenze fu uno dei centri più importanti del neo-platonismo rinascimentale (Marsilio Ficino, nel 1460, vi tenne l’Accademia Platonica). Purtroppo la storia della musica ha inteso gli affetti nell’accezione romantica dei sentimenti e così la Seconda pratica è diventata sempre più un’arte dell’affresco sonoro. Da un punto di vista tecnico, il problema basilare è che i cantanti non sanno più utilizzare la risonanza superiore, infatti il suono perfettamente emesso viene creato nelle cavità di risonanza superiori, poggiando sul fiato, realizzando quel “cantare sul fiato” di cui parlano i teorici: il Giustiniani descrive le meraviglie canore delle corti di Ferrara e di Mantova: “facevano a gara nel moderare e nel crescere la voce, assottigliandola e ingrossandola, hora strascinarla, hora smorzarla, con l’accompagnamento di un soave sospiro /…/ accompagnavano appropiatamente la musica e li concetti”. La rappresentazione degli affetti richiede quindi uno stile che vada in profondità, entri dentro alla parola e ne esalti le innumerevoli possibilità di declamazione. La naturalezza espressiva fa ricorso anche a un uso sapiente della pausa che deve seguire il respiro e dar rilievo alla sensibilità dell’interprete.

Lo stile rappresentativo non è tale perché realizza una visione scenica del testo, quanto perché rappresenta gli affetti, modulando emotivamente la voce, quindi “siamo molto lontani dal melodramma e dall’operismo e siamo lontanissimi da un canto virtuosistico fine a se stesso nel quale e per il quale si possono inventare diminuzioni, accompagnamenti elaborati e… orchestrazioni(2).

Proprio la fioritura di Trattati o comunque di saggi estetici e tecnici, fra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, ci da’ la dimostrazione del momento felice del canto, sono scritti pubblicati in ognidove. Intanto possiamo considerare due scritti pubblicati a distanza di 10 anni fra loro che ci forniscono un sismografo del cambiamento in atto, segnando l’inizio del nuovo ideale artistico: a Venezia viene dato alle stampe, nel 1592, Prattica di Musica di Lodovico Zacconi, mentre a Firenze, nel 1601/2, si pubblica la celebre Prefazione alle Nuove Musiche di Giulio Caccini. Il nuovo canto viene analizzato tecnicamente, sia nelle Prefazioni, come quelle all’Euridice del Peri e quella alla Rappresentazione del Cavalieri, sia negli Avvertimenti, come quelli ancora del Peri, Cavalieri, Mazzocchi. Si studiano questioni semiografiche, armoniche, relative alla realizzazione del basso continuo, aspetti ornamentali, il trillo, le diminuzioni, le dissonanze ecc., sempre relazionati a ideali estetici e sempre insistendo sul fattore espressivo primario della parola: “sento che la Vaghezza del canto principalmente consiste nell’esprimere bene e distintamente la parola”, scrive Francesco Rognoni (3).

I principi del canto italiano fino all’inizio dell’Ottocento

Spostandosi all’epoca di Vivaldi, i fondamenti della vocalità non si allontanano dalle basi appena descritte, anche nella cosiddetta “età d’oro del canto italiano” la fusione dei due registri di petto e di testa crea un unico registro (escludendo quindi i falsettisti): “se l’unione dei registri non è perfetta, la voce sarà di più registri e conseguentemente perderà la sua bellezza”, scrive il Tosi nelle sue Opinioni de’ Cantori Antichi e Moderni eppoi dice: “il Maestro deve insegnar quel moto leggerissimo della voce in cui le note che lo compongono siano tutte articolate con ugual proporzione e moderato distaccamento, affinché il Passaggio non sia né troppo attaccato, né battuto soverchio /…/ tutta la bellezza del Passaggio consiste nell’esser perfettamente intonato; battuto, granito, eguale, rotto e veloce /…/ chi ha un bellissimo Trillo gode sempre il vantaggio di condursi senza disgusto alle Cadenze”. Il Trillo viene considerato l’elemento predominante della vocalità (i 25 trilli di Farinello ne sono un esempio fantastico). Nel caso di Vivaldi occorre ricordare che la sua musica è stata concepita per le cantanti virtuose dell’Ospedale della Pietà (conosciamo anche il nome di alcune), per loro sono scritte le Arie, in forma tripartita, in cui nella prima parte il cantante deve eseguir l’Aria semplicemente, tranne alcune appoggiature e trilli; nella seconda parte inizia a fiorire con parsimonia; la sezione finale proponeva alcune variazioni che, oggi, vanno rigorosamente eseguite dopo aver studiato i documenti del tempo che ci dicono come interpretavano le messe di voce, i trilli semplici e doppi, cresciuti e calanti, i gruppetti e le appoggiature, le volatine e il cantar di sbalzo, l’agilità spiccata e l’agilità martellata i vari Farinello, Faustina Bordoni ecc. “Questo genere di agilità è difficilissimo da eseguirsi /…/ è necessario di reggere il fiato, di poterlo distaccare e ripigliare senza fatica; bisogna possedere una purgatissima intonazione, a ciò ogni nota martellata sia distintamente intonata(4). E, ancora una volta, è la perfetta simbiosi dei registri che determina propriamente l’arte italiana del canto.

La grande scuola italiana, da Maffei a Caccini, a Tosi, Fedi, Pistocchi, Brivio, Peli, Redi, Amadori fino a Porpora tiene ancora saldi quei principi che Giambattista Mancini riassumeva nel suo Riflessioni pratiche sul Canto figurato e cioè: acquisizione del portamento di voce che è il passaggio, legando i suoni, d’una nota all’altra; messa di voce cioè l’azione di attaccare una nota sul pianissimo, aumentare la sonorità fino al fortissimo e ritornare al pianissimo utilizzando sempre lo stesso fiato e terminando, se l’espressione lo richiede, con un trillo; il trillo (che dev’essere uguale, battuto, granito e moderatamente veloce); l’appoggiatura semplice o doppia è l’accentuazione su una o più note trattenute nel discendere (un tono) che nel salire (mezzo tono); il mordente è una nota reale il cui battimento è dato da una nota inferiore di mezzo tono; la cadenza è un’esecuzione importantissima ed è una creazione espressiva dell’interprete. Mancini scrive che “le voci, anche se adatte all’espressione, non possono eseguire che il canto di note e parole”. E’ un’osservazione molto pertinente e che non lascia alcun dubbio sulla realtà del Canto nei secoli che ci interessano, in opposizione al canto che a partire dal XIX secolo tenderà all’espressione verista, seguendo un’estetica completamente diversa dalla rappresentazione degli affetti. Ci si allontana dai principi che hanno radice nella grande Scuola che parte dal Caccini e ci si avvicina a un’impostazione verista che si basa su un’estetica differente come, e ancor più, quella wagneriana.

La grande scuola persiste ancora fino al primo Romanticismo, come dimostra il testo del 1847 di Manuel Garcia, Traité complet de l’art du chant (trattato in due volumi, il secondo mai pubblicato in Italia!) ma, contemporaneamente, aveva iniziato la sua decadenza, Garcia suddivide la voce addirittura in tre registri! Non è un caso che Rossini, nel 1858, constata la mancanza di cantanti adatti alle opere di Cimarosa, Bellini e sue proprie. E ancora qualche anno più tardi, il lamento di Rossini si ripete, in una lettera al figlio di Vaccai del 1864. Lo stesso Verdi, più volte, dichiara che il suo canto deve basarsi sulle regole auree dell’antica scuola. Bellini risulta essere una sorta di spartiacque, ma lui appartiene ancora alla grande scuola.

L’ideale vocale di Mozart, che fra il 1774 e il 1775, aveva studiato a Londra con il castrato Giovanni Manzuoli rispecchia completamente la buona scuola italiana, nelle sue lettere afferma che ciò che conta nella vocalità è la purezza e l’omogeneità(5), ovvero quelle qualità che permettono lo “spiccato” del quale parlano Burney e Chopin. La fusione dei registri e la fioritura sono caratteristiche indispensabili per eseguire correttamente Mozart, ma anche Bellini, Donizetti, Mercadante, Paganini e gli operisti di inizio Ottocento, prima che la pratica del grand cri alla francese (che, nel 1839, faceva inorridire Liszt), il verismo romantico e il wagnerismo si affermassero.

Le fioriture delle Opere di Bellini, le cadenze per quelle di Donizetti e la giusta messa di voce è realizzata da cantanti come Crescentini, Rubini, Cinti-Damoreau, Malibran, Catalani ecc. che dimostrano virtuosità e capacità espressiva. Occorre lavorare su documenti musicali, seguendo la linea della grande Scuola, purtroppo oggi misconosciuta per ignoranza o per interesse, fra questi documenti ce ne sono di importantissimi che possono guidare ogni cantante coscienzioso. La speranza è che si recuperi, con correttezza e rigore, la grande tradizione italiana di canto, fornendo così un indispensabile punto di riferimento per studiosi e studenti, analizzando e relazionando i fatti musicali con quelli culturali e specialmente estetici, difendendo ciò che Monteverdi chiamava il giusto.

 

Note

1) A. Gianuario, Modalità e realtà fonetica nel “Lamento d’Arianna” di Claudio Monteverdi, Centro Studi Rinascimento Musicale, Artimino 1999.
2) A. Gianuario, La monodia di Giulio Caccini, la sua realtà Artistica e le manomissioni in atto, Rivista Il Pasquino musicale, anno II, nn. 5/6, Lucca 1992.
3) F. Rognoni, Selva de varij passaggi, Milano 1620. Su questi aspetti cfr. N. Anfuso, Tecnica vocale e canto espressivo agli inizi del secolo XVII, Rivista Il Pasquino musicale, nn. 5/6, Lucca 1992.
4) G. Mancini, Riflessioni pratiche sul Canto Figurato, Milano 1777.
5) Cfr. CD Stilnovo SN 8806, Nella Anfuso Il canto figurato da Mozart a Bellini.


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