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Approfondimenti

 

Renzo Cresti

Il musicista appartiene all'opera
riflessioni d's(ste)tica musicale

 

FAME D'UOMO

Il vero Musicista dedica al suo operare tutte le sue energie, i momenti migliori della giornata e le ore notturne, quando tutto intorno si fa silenzio e fra lui e la sua opera si può instaurare una profonda simpatia.
Entra nello studio in punta di piedi, per non svegliare le partiture che dormono. Si avvicina a uno spartito e questo sembra dotato all'improvviso di parola, sono parole d'amore: gli dice, "guardami, toccami, stendi su di me le note color caffè, disponile a caso e vedrai la forma di un volto umano, perché tu sai trovare l'immagine nascosta dell'essenza di ogni uomo".
Nella vera musica, l'uomo non viene imitato, ma rivive nel suo fondamento, è un volto afferrato, dal più profondo dei possibili.
Lavorando, il Musicista si accorge che le altre partiture, piano piano e in silenzio, si svegliano e lo osservano amorevolmente, quelle partiture, fatte di chicchi di caffè, quei righi musicali hanno fame d'uomo.
Una partitura gli sussurra: "fermati, sei così bello!" E il musicista si ferma, per un attimo, in quell'attimo assoluto si congiunge alla Bellezza. E' un attimo felice e feroce, solo in quell'istante è possibile sposare la Bellezza, poi essa va (perdendosi nel Tempo).
Quando la Bellezza è passata, diventa nostalgia rammemorante.
Quante volte il Musicista sogna la Bellezza! Quando il Musicista si sveglia con questi pensieri è per lui come un rinascere, perché queste sono le sue richieste alla verità.
Il Musicista, la Bellezza tende a berla, a bersela tutta d'un fiato, come il suo calice agognato, il suo incanto.
Non usa l'intelligenza che discerne, ma una segreta pulsione che apre abissi. Abissi nel cuore della Bellezza, che ha un cuore quieto e un corpo mobile. Il cuore manda un suono, è il suono arcaico, il ritmo primordiale del quale il Musicista è custode.


URGENZE INTERIORI

Lo studio del Musicista è piccolo, volutamente, perché l'essere-musicista non ha bisogno di molto spazio esterno, in quanto è l'uomo a prevalere, col suo infinito interiore, che risale da un niente e che ha solo bisogno di una penna, di un foglio pentagrammato, di silenzio.
Il Musicista stende i suoi lavori sul pavimento, per modestia e perché al suolo si trova il livello germinativo, dal quale sorgerà qualcosa di futuro. Sente dentro di sé un istinto femmineo, che gli permette d'intuire che il lavoro artistico non dev'essere forzato da azioni esterne, di nessun tipo, ma necessita di una lunga meditazione, una specie di incubamento e decantazione, che ne favorisca il lievitare, il procedere e l'accrescersi; solo da questo silenzio e da questa instabilità, come un fiore, nasce l'opera d'arte, non come idea o progetto, ma come urgenza interiore, come ricerca naturale, così come il girasole cerca e impazzisce alla luce!
Nella musica dev’essere esplicita la purezza del proprio esserci. Compito del Musicista non è quello di illuminare le perizie tecniche, ma di inoltrarsi verso il volto notturno del reale. La sua opera sarà un'evocazione di pulsioni nascoste e una liberazione delle potenzialità segrete dell'io. Non l’io singolare che porta all’egoismo, ma l’io plurale, formato da tanti volti.
La musica non condivide niente dei giochi di potere che si svolgono fra gli "artisti", degli interessi commerciali delle case discografiche, delle ambizioni degli accademici, dei favori della critica, della stupida mondanità che rinchiude i falsi artisti in una gabbia dorata. Allora, più che di “musica” (concetto troppo legato alle incrostazioni teoretiche), sarà più giusto parlare di “suono” (che sta prima delle codificazioni culturali).
Scrivere è un atto d'amore, è sognarsi di una pianura immensa e alzarsi in volo, perdere i confini del proprio corpo e smarrirsi negli occhi delle stelle. Non inseguendo sdolcinate romanticherie, ma cercando di captare ciò che sta oltre le cose.
Nelle ore della meditazione, il Musicista scopre che scrivere è ferirsi al cuore, dando vita a un'immagine tratteggiata col sangue. E' scavare, con mani sanguinanti, fino al centro della terra, è instaurare una simbiosi fra la materia e il proprio inconscio. Le figure musicali vengono realizzate scalfendo la pagina bianca, non sono immagini che si liberano dalla materia, ma vi si imprimono.


LO STUDIO-CHIOSTRO

Lo studio diventa una specie di chiostro cistercense, dove il lavoro viene inteso come un processo di edificazione. La vita tumultuosa, le donne e il vino, il vagabondaggio esistenziale, tutto si placa, nello spazio senza tempo del chiostro.
Le tensioni si purificano per diventare un inesauribile serbatoio di energia artistica. Il Musicista si sente bene nel suo studio-chiostro, in compagnia dei suoni e del silenzio, è come riconoscere il mondo a portata di mano. E' anche il suo modo di trasfigurare le esperienze della vita in un atto liberatorio, forse è anche la sua maniera di pregare.
Lo studio è un tappeto di preghiera. Qualunque sia la preghiera, anche quella senza un dio.
In questo ambiente che trasuda amore, le partiture nascono così, proprio come devono nascere. La musica si mostra nella sua maniera sorgiva. I gesti non sono movimenti che trasportano un elemento verso un altro elemento o verso un altro luogo, ma dell'elemento realizzano il suo aver luogo, il suo esser così.
Non bisogna cercare artificiosamente l'originalità, non si deve fare sempre in maniera diversa da ciò ch'è stato fatto, si deve fare meglio (nel senso di cercare di avvicinarsi sempre più al cuore dell'arte). La ricerca costante della novità è un troppo e un troppo poco insieme, è un accanimento tecnico che di per sé vale poco, se non è sostanziato dalla vita stessa, un assillo formalistico che non rivela né l'uomo né il suo universo.
Il bisogno di arte si fa tanto più forte, quanto più piatta e convenzionale è la situazione generale della cultura, nei periodi in cui, per eccesso dell'egoismo e del calcolo, l'accumulo dei materiali della vita esteriore supera il grado di assimilarli alle leggi interiori della natura umana.
Nell'antica filosofia indiana il fuoco e le sue differenti e cangianti forme hanno ricevuto cinquanta nomi differenti: la musica è fuoco!
In chi pratica la musica agisce qualcosa di sconosciuto, qualcosa che rende l'attività anche passività, e più il Musicista si concentra sull'oggetto e più questo diventa vasto e misterioso. In fondo l'artista compie un viaggio in terre sconosciute, un'avventura. Fra il fare e l'opera si crea una sorta di vertigine, l'agire si compone di rivelazioni fulminee, di cadute, diseguaglianze, differenze, di amore e morte, è un errare alla scoperta di tutto ciò ch'è stato rimosso, scartato nel dopo infanzia.


L’EROE E IL VIANDANTE

Anche gli angeli decaduti conservano, nella loro bruttezza, l'originaria grandezza e il fascino della bellezza perduta. Solo i puri d’animo possono affrontare il viaggio a ritroso per recuperare l’originaria bellezza; come Sigfrido, chi compie questo terribile viaggio è un eroe.
Gli eroi non sono coloro che combattono con il mitra in mano, ma coloro che amano con tutto se stessi gli altri uomini, eroi perché questo atto d’amore è difficile e duro; l’arte è il loro mitra che vuole svegliare gli impuri di cuore e mettersi al servizio della collettivtà.
Il vero Musicista è un eroe: il suo agire ha come tempo l'attimo, sostituisce la storia col mito, i concetti con gli archetipi. Il suo agire è un' ossessione, l’ossessione del mistero che lui e la sua arte sono, l’ossessione della bellezza. Il vero Musicista è un viandante, alla ricerca del non-ancora-presente, segue tracce segrete, è fiducioso. La speranza stessa è un andare, anche in assenza di certezze. Andare nel labirinto. Viaggiare con la speranza, perché la via d'uscita non è nelle cose, ma nel suo cuore.
Dicono gli stanchi e gli affaticati che la musica è fatta di lievi bisbigli, parla piano al nostro animo. Gli irrequieti dicono che l'ascoltano fra i monti e le valli. Chi lavora nella notte dice che la musica sorge all'alba, da oriente. I viandanti la sentono nelle ore del tramonto. D'inverno la musica arriva con la primavera, balzando di colle in colle, mentre d'estate la si sente danzare con le foglie d'autunno. Tutti questi uomini non parlano della musica, ma dei loro bisogni. La musica non corre dietro ai bisogni, piuttosto alle anime incantate e ai cuori infiammati.
Il suono è un'estasi e in tal senso le civiltà orientali hanno molto da insegnarci (al di qua delle banalità professate dalla New Age). E' il canto che si ascolta nel silenzio. E' la vita stessa, quando la vita svela il suo vero volto.
L'estasi è una sospensione dell'esperienza ordinaria. S'apparenta al dolore, quando l'uomo soffre sospende i fatti volgari e va oltre: solo i suoni che nascono da profondità orribili sanno essere vera testimonianza.
Come l’eroe e il viandante, il Musicista vive un’esperienza sospesa, fuori dal tempo comune. E’ in grado di indovinare ciò che sarà il tempo dell'eternità, quando ogni successione sarà scomparsa e tutto diverrà simultaneo. Con questo senso religioso il Musicista prepara i suoni e paragona il suo lavoro a ciò che i cristiani chiamano "gloria".


IL GENJO DELLA SOLITUDINE CREATIVA

Il suono redime le colpe della cultura.
Si tratta della purezza del suono interiore che mai potrebbe compromettersi con la cultura dominante (monetarizzata, massificata, egoistica…), accettando solo l’essenzialità di una vera cultura antropologica, dove l’uomo ascolta l’uomo.
Attraverso la pratica dell'ascolto si svolge un pensiero ch'è conoscenza, non solo arte o poesia in senso comune, ma pensiero che guarda nell'abisso dei possibili.
Da qualche parte, il Musicista ha letto che il “linguaggio” della musica è un linguaggio sui generis, una sorta di utopia del linguaggio vero e proprio, si presenta come possibilità autentica, come vocazione e destino. Se è una vocazione o un destino, deve allora compiersi in un contesto pre-compreso e questo contesto non può che essere il mondo dei suoni, il loro mondo, che sta a monte dell'organizzazione in linguaggio. Il mondo dei suoni è un Es, l'essere nascosto dell'essere che appare.
Quando, per ore e ore, il Musicista tiene la penna in mano, ha la certezza che la musica non è solo un pensiero sui suoni, che si rivolge ai suoni e considera qual'è il modo migliore per organizzarli, un pensiero organizzato in suoni, ma sente che l'anima di un brano non risiede nella sua struttura, ma nella qualità del suono stesso, ovvero nel rispetto che l'autore ha nei confronti delle ragioni del suono, della sua natura, della sua vita ed energia.
Non va alla musica, è la Musica che va a lui, se lo ritiene degno, come l'alba va verso il suo giorno. E’ l’artista che appartiene all’opera e non l’opera all’artista.
E’ protetto da un Genjo: è il Genjo della solitudine creativa.


ETHOS DEL PELLEGRINAGGIO

Il Musicista ama la campagna. Chi ama la campagna, intende la musica come spazio aperto, dove i suoni possono incontrarsi, uno spazio naturale che, come in una cartina geografica, si possono incontrare fiumi o colline, così come la natura li ha creati. I suoni non hanno dimora in una forma stabile, in una determinata prassi compositiva, vanno al di là di ogni forma, restano al di qua di ogni metodologia, sono atopici, non vogliono essere rinchiusi in procedimenti stringenti, che esaltano la volontà formante del compositore e sviliscono la loro ragion d'essere, la quale reclama libertà, fantasia, immaginazione, spazi infiniti.
Solo in uno spazio veramente libero si possono compiere le esperienze degli incontri: è l' ethos del pellegrinaggio, dove un suono, andando verso l'altro, va verso se stesso.
Il Musicista ha un senso di smarrimento, di disagio di fronte al brutto che avanza. Odia l'uomo pigro, incatenato dalle abitudini, l'uomo che non pensa, che non sa riconoscere i propri sogni\bisogni. L'uomo comune trova comodo correre dietro alle opinioni degli altri, alle mode, ma così facendo muore nel cuore, muore in lui la vita stessa, perché non ha più quella vitale inquietudine che lo spinge verso orizzonti nuovi e più ampi, verso l'altro, verso l'amore. Il borghese non s'interroga e non seduce.
Di notte, mentre sta lavorando, per riposarsi un po', il Musicista apre la finestra e guarda la luna: è gelatinosa, non ha fuoco, è triste, vuole essere amata, con fascino terribile, a spese di chi la guarda e che resta da lei conquistato, conducendolo verso di sé.
Il Musicista si fa prendere dalla luna, si abbandona al cielo, si concede ai richiami della natura notturna e, contemporaneamente, anela al mezzogiorno, al sole cocente, all'aria calda, agli alberi pazienti. Pensa alla sua opera e alle sue radici.
Una cultura è tanto più ricca quanto più abbonda di simboli ripresi dalla natura. La grandezza di una cultura viene misurata in quanti fiori sa coltivare.
Mai come nell’epoca attuale il fiore è stato solo un arredo, mai come oggi la sapienza legata al mondo naturale è stata irrisa e distrutta dal terribile “progresso”. Mai ci sono stati tanti sciocchi abbindolati dai prodigi della tecnica e dal luccichio degli oggetti e mai si è stati così lontani dalla natura.
Il Musicista è una sorta di alchimista che inventa relazioni fra natura e arte. Il Musicista è un giardiniere che canta.


IL MUSICISTA GIARDINIERE

Molti musicisti hanno pensato che la musica sia suono solidificato, che in sé mantiene la leggerezza della natura originaria, il suo essere spirito dell'aria. La musica produce una metamorfosi del pensiero che rimane in sé e, contemporaneamente, si fa suono. In questo cambiamento di natura il pensiero non perde la propria identità, anzi la rafforza in profondità. Su questa via si ritrova anche una concezione ecologica della musica, come diceva Varèse "la musica è nella natura e attende di essere cristallizzata". Come Webern, si può parlare della musica quale sorta di botanica. E' importante questa visione della musica come qualcosa che si autogenera, che ha già in sé la possibilità di svilupparsi. I suoni sono una sorta di DNA che generano la musica. Incosapevolmente molti compositori seguono questa impostazione, facendo generare la forma dallo sviluppo di una piccola cellula musicale di base, in modo che la composizione lieviti come pane caldo.
Si arriva al concetto di forma vivente, elaborato da Goethe e Schiller negli anni del loro carteggio, il quale rappresenta un processo che lega intimamente forma\vita\natura.
Facendo un percorso simile, Bloch mette a punto l'idea di un soggetto naturale, inteso come un soggetto agente della natura, che nella natura si confonde, una sorta di genietto o di Pan, che non si oggettivizza, ma che è in tensione, è un impulso.
Nella musica, come nell’arte tutta, la forma è importante, ma dev'essere una forma che nulla ha a che fare con i modelli codificati dell'arte, è forma naturale, come la forma di un albero o di un fiume che non possiedono le simmetrie e gli equilibri studiati a tavolino, ma possiedono molto di più, sono diretta espressione dell'ordine del creato, specchio dell' unica e vera arte dell'universo. Forma naturale partecipata da una trepidazione del tutto umana.
Il vero maestro del Musicista è la natura, egli mira a realizzare un'opera come se fosse un albero, realizzando un oggetto che abbia insito in se stesso la propria finalità, che sappia costruire la propria forma. L'insegnamento della natura è quello di ricercare le radici che, come le piante, tutti abbiamo, risalendo alle origini, al mistero di ciò che fu.
La natura consente anche delle riflessioni tecniche, in quanto il Musicista può meditare sui concetti di spazio e tempo, di ritmo e canto, di colore e di sfumature, parametri fondamentali per il suo lavoro, che così si sintonizza con quello che la natura insegna.


DIR DI SI’

Il Musicista deve riuscire a incantare con le sue opere, perché lui per primo è stato incantato dal suo stesso operare, in una partecipazione estatica all'oggetto che si autoevolve, compiendo un atto di osmosi con quello che lo circonda, diventando una cosa sola con i suoni, i colori, le nuvole e le montagne. Questo è il suo dir di sì alla vita.
Ogni grande musicista è figlio della natura e come la natura svolge il suo compito assecondando il proprio impulso originario, in ciò assomiglia al bambino, come lui, ha la facoltà di possedere le cose. Scrivere è un po' come fare all'amore, trovare percorsi, piccoli gesti, emozioni, e amare è un po' come compiere un'opera d'arte.
Ciò che di più profondo possiede il Musicista forse non sa, ma intuisce che c'è una profondità da sondare. L' opera non è del tutto rapportabile alla volontà, il Musicista è piuttosto colui che mette in moto una sorta di meccanismo biologico: è un po' come un giardiniere, quando pianta un fiore e ne segue amorevolmente la crescita, la quale avviene comunque, autonoma, al di sopra del giardiniere. L'arte è come il fiore del deserto, che non abbisogna di essere curato per nascere, un fiore che si mostra a nessuno.
Assente l'uomo, nella natura il miracolo rinasce, questa perfezione la si vede ovunque e non ha bisogno di un'astuzia per sembrare autentica. L'abbandono presiede a questa prodigalità e chi potrebbe pensare di apportare il minimo ritocco ai petali di una rosa o all'ala di una farfalla? Ma non sono solo la naturalezza, la bellezza e la perfezione a costituire il senso di un'opera d'arte, perché il capolavoro non sta tutto nel risultato raggiunto, ma anche nei percorsi che l'artista segue per arrivare al suo scopo. Ecco dunque dove sta l'essenza dell'arte, un'avventura sulla quale, fino all'ultimo, regna un'incertezza ch'è propria dell'uomo, inquieto e tremante per la sua opera.
Ogni tanto, mentre lavora, il Musicista si alza per gettare uno sguardo fuori dalla finestra, come a raccogliere ispirazione dal paesaggio naturale; fa due passi fuori dallo studio, quasi volesse essere rassicurato dalle cose che lo circondano, rientra, accarezza il suo cane, gli si avvicina e lo guarda come a chiedergli di rimanergli vicino, quasi fosse un folletto che lo potrebbe accompagnare nel viaggio artistico. Si sorseggia un infuso d'erbe, una vera e propria pozione magica, ricostituente il corpo e lo spirito; pensa che, grazie alle erbe e al profumo di qualche fiore raccolto e sistemato su un vasetto sopra il pianoforte, il suo lavoro possa continuare senza intralci, sostenuto da un'energia naturale interna.
Il Musicista ama come amano i fiori, attingendo dalla Terra e alzandosi verso il Cielo: essi non amamo un essere solo, ma l'immenso fermento; così il Musicista non ama solo il figlio e il futuro, ma pure il padre che, come terra, posa sul nostro fondo.


FIABA SONORA

Se la musica può aprirsi a spazi ulteriori, non è nel senso espresso dalla letteratura romantica, semmai la musica può condividere alcuni aspetti con la fiaba, con la narrazione fantastica. Nel regno del fantastico domina lo stupore, ch'è non solo all'origine del pensiero, ma anche dell'emozione. Se lo stupore da' origine alla filosofia, vuol dire che sta prima e quindi è separato e separabile dai successivi ragionamenti. Il mondo dell'immaginazione è dunque una regione pre-logica. In questo mondo a parte abitano i suoni.
Nella fiaba l'io non ha luogo, si decentra in immagini istantanee e fantasiose. E' l'immagine che predomina, con le sue molteplicità di enunciazioni. L'immagine unifica i tempi e contiene tutta la storia del mondo. I grandi segreti di una piccola fiaba si confondono con spazi e tempi infiniti. La favola ha la fragile potenza delle ali.
Le ali erano, per Novalis, il segno della potenza della poesia. Goethe faceva notare che le ali della poesia erano troppo fragili per gli stritolanti meccanismi del mondo economico. Ma ciò che conta - comunque - è il movimento delle ali per compiere il volo verso un altrove. L'ansia infinita di andare oltre ciò che c'è, oltre l'angusta dimensione del reale, quest'ansia crea un'apirazione verso l'alto, verso il volo, verso la natura. Il simbolo dell'altrove è la casa, "dove stiamo, dunque, andando?" - si chiede Novalis - "sempre verso casa".
Nella fiaba, come nella musica, si riscontra l'incanto degli occhi spalancati. E' struttura dell' anticipazione, dell'ontologia del non-ancora-presente. E' Utopia, un utopia non dialettica e sistematica, come le social-utopie (da La Repubblica di Platone a La Città di Dio di sant'Agostino alle moderne ideologie sociali), dove il futuro è già contenuto nelle premesse, è un'Utopia che fa riferimento al non-ancora, alla pulsionalità, alla speranza come principio attivo di trasformazione. Tale Utopia si realizza solo nell'animo dell'uomo e si esprime nella grande Arte.
I caratteri della fiaba, della leggenda e del mito si assomigliano, si tratta di una continua metamorfosi del reale nell'immaginario e viceversa, una metamorfosi a cui il suono partecipa a pieno titolo. La grande arte è eterna perché non ha un tempo reale, nasce e rimane sospesa sopra ogni contingenza.


TI AMO

Per esperienza, il Musicista sa che la musica è una riduzione rispetto alla lingua delle parole, ma che proprio questa riduzione consente un'apertura ulteriore, un'amplificazione degli aspetti emotivi. La musica è così anche un'eccedenza, in quanto riesce a cogliere cose che col linguaggio comune non si possono nemmeno avvicinare. Come avviene nel linguaggio degli innamorati, quando poche parole si caricano di un senso profondo, quando un "ti amo" vuol dire tutto e quindi viene ripetuto all'infinito. Queste poche e semplici parole mostrano l'essenziale, inaugurando il tempo dell'amore, che si costituisce quando si instaura la relazione con l'amato, un tempo estatico, dove il linguaggio trascende il proprio testo e diventa rivelativo, un linguaggio che dice di più di quanto non dica testualmente.
La musica è meno rispetto alla grande cultura, alla filosofia, ma questo "meno" si rivela essere un di più, come quando si da' un bel bacio all'amata, si tralascia la cultura e la si sostituisce col gesto, una gestualità che si riflette su se stessa e che, libera, segue un movimento che porta in profondità. E' la musica intuita e partecipata che va al fondo delle cose, come l'amore, non il pensiero, troppo imbrigliato nei labirinti del sapere erudito.
Al Musicista servono più figure che concetti, più immagini e più colori. Il ragionamento separa, mentre lui vuole far tutt'uno con l'essere, con la vita, con l'amore ch'è nuziale. Non si tratta né di romanticismo, né di vitalismo, ma di Eros.
Proprio perché la musica è Eros può essere vista anche un tentativo di liberazione dalla nevrosi, l'esigenza di riflettere e distillare esperienze derivanti dalle frustrazioni, quasi una fisiologia applicata.
Occorre mantenere la ferita aperta, come nei grandi mistici, è una ferita che deve rimanere sempre sgorgante, non solo per ricordare, ma anche per alimentare poeticamente il lavoro e la vita. La stessa vitalità che fa amare viene da questa ferita. La musica ne è poi una conseguenza diretta, sta nel mezzo fra il dolore e l'amore, è un tramite, un ponte che collega i gesti sparsi della vita.
Il lavoro è per il Musicista anche una sorta di narcotico, un modo per non lasciare spazio ai propri pensieri. Si butta nel lavoro e lavora spesso di notte, quando i pericoli di trascorrere ore angosciate sono enormi e spaventevoli come spettri. Generalmente è attivo fino all'alba, quando la stanchezza lo distrugge. In questi casi scrive meccanicamente, ma sollecitando appieno tutte le energie e la mente, in modo da non lasciarla vagare. I lavori fanno trasparire un'inquietudine di fondo, una specie di segreta e drammatica vibrazione che coinvolge la penna, ma formalmente sono asciutti e lucidi, con difficoltà si potrebbe sospettare che siano un'auto-imposizione, una medicina, a un osservatore attento non può sfuggire l'ansia e lo smarrimento, il disagio della soggettività: vita e arte sono legate da un casuale e ininterrotto flusso accidentale, un indefinito (ac)cadere di gesti che neutralizzano la volontà e la immobilizzano nella materia.
Per evitare schemi e intellettualismi, una via possibile è quella di non ricorrere a piani preparatori, ma "improvvisare", entrare dentro alla partitura, trovare non cercare il proprio pensiero, mentre si sta facendo. Abbandonarsi alla memoria, serbatoio delle immagini più intime, lasciarsi prendere da sensazioni latenti, avvicinarsi a quella soglia enigmatica dove la verità si confonde con l'annullamento del proprio sé. Proprio come nell'atto d'amore.


IL TEMPO DELL’AMORE

Il tempo dell'amore è spazializzato, entrare dentro alla partitura significa entrare nel cerchio della vita: lo spazio del cerchio è un eterno presente - come il tempo dell'amore - dove il divenire è la metamorfosi dell'uguale.
I suoni sporgono dal loro spazio, realizzando un'estroflessione, un'uscita, un pellegrinaggio dal loro sito per incontrarsi con il Musicista e con la sua vita, in fremente attesa. Il Musicista è affascinato dall’attesa e l’essere in attesa è la sua condizione di grazia.
Il suono viene a lui come foglie al vento, spontaneo, sorgivo, configurandosi come un atto di fraternità con la natura, e lui l'accoglie con stupore, con scossa dolce e amore.
Non è colpa del Musicista se la musica contemporanea va sostanziata da un robusto pensiero (è colpa della Storia).
Il Musicista deve tener molto all'indipendenza della sua arte, in quanto più l'arte si stacca dagli aspetti codificati e più si avvicina a lui, che deve rifiutare qualsiasi cosa lo faccia sentire obbligato.
Quando inizia a comporre non prepara schemi formali, piani strutturali, ma si lascia guidare dall'estro, da un estro divinamente innocente, fanciullesco, che foggia, di volta in volta, il materiale in forme sempre diverse, seguendo l'impulso interiore.
Non è il Musicista a cercare la Bellezza, ma è la Bellezza che lo chiama a sé.


INCANTO RITROVATO

Il Musicista lavora sodo, a volte trascorre l'intera giornata a fare esercizi di contrappunto e d'armonia, infaticabile, senza provare stanchezza, né sete né noia. Altre volte si dedica con zelo alle tecniche di esecuzione, suonando il pianoforte e altri strumenti, impegnandosi e ripetendo mille volte l'esercizio, fino a quando la mano non si sente sicurissima e l'orecchio appagato.
Il Musicista è un eccellente artigiano, ma il suo fare artigianale sa mettersi a disposizione degli oggetti, l'opera risulta essere un campo di energie messe in moto dalla forza del gesto.
Può iniziare un lavoro sotto un'aspirazione mistica e concluderlo nella maniera più terragna possibile, oppure cominciare dietro a uno stimolo sensuale e finire in un modo del tutto astratto, ma mai si concederebbe a giochetti da prestigiatore, sarebbe un tradimento di ciò che di più profondo possiede.
Tutto il lavoro deve avere l'indubbia dote della genuinità, realizzato ora con istinto femmineo, ora con partecipazione spirituale, ora con abbandoni di fantasia, ora con grazia o con forza, con eleganza o con animalità, sempre con un tocco di stupore e di mistero. D'altra parte, perché una vera opera d'arte non si può riprodurre? Non certo per le difficoltà tecniche, né per le tematiche espressive, ma per quel suo quid di stranezza, per l'enigma che racchiude, per quel suo segreto che, come la sensibilità di una donna, è cosa da svelare, con amore totale, ma pure da custodire.
La vera musica è sorretta da un turgido entusiasmo, non dal ragionare intorno alla cosa, ma dal parteciparla. La musica dev'essere prodiga, disponibile a mettere in mostra il proprio segreto nell'attimo stesso che lo nasconde. Il segreto è un'emozione, un pathema, un limite per il discorso.
Le opere ben fatte, quelle dei professori, come quelle leggere di immediato successo, create dai manager dell'arte, non sono delle vere "creazioni", ma modelli evoluti o semplificati che dimostrano abilità, ma non necessità interiore, finalizzati a esigenze personalistiche o sociali; tutte queste opere inappuntabili danno un senso di falso, di ricercato, di maniera. Il mondo, la storia (della musica), è, da sempre, piena di opere siffatte che danno delusione, che lasciano con l'amaro in bocca, che provocano disappunto o nessuna reazione, manca loro quella stranezza, quel tocco di bizzarria e di magia, di exultatio e di mistero, che permettono all'arte di approdare in terre del tutto particolari, dove, come per incanto, si vive di musica!


SCRIVERE CIO’ CHE SCRIVENDO SI PROFILA

Il Musicista lavora per sorvegliare la particella di moltitudine ch'è in lui, per oltrepassare la materia e per non sentirsela più appiccicata addosso: ma come può sapere tutte le infinite ragioni, i perché del suo essere artista? L'unica soluzione è quella di lasciarsi andare verso la sua natura e verso quella dei suoni, in solitudine, cercando, come in un deserto, fra le fessure delle rocce ciò che serve alla sua sopravvivenza e a quella della sua arte.
Questo dev'essere il credo del Musicista: scrivere ciò che scrivendo si profila, con partecipazione.
Nelle pause di lavoro, il Musicista ripensa spesso a quando era uno studente, accanito nello studio dell'arte, la quale gli pareva l'unica salvezza del mondo; idealizzava i grandi maestri del passato come fossero santi e si accalorava in discussioni estetiche con i compagni. Gli ritornano in mente le facce esangui dei professori, i paroloni, gli ambienti cadenti e polverosi del Conservatorio, la voglia di imparare e la delusione di scoprire che, una volta imparato, la sua vita non era migliore, ossia la felicità non dipendeva dalla cultura accademica, ma dal sapere in senso antropologico, dal capire dove siamo, dal rendersi conto del contesto culturale, dei sogni\bisogni della propria collettività, delle gioie e dei dolori del prossimo, dal realizzare non ciò che si sa, ma ciò che si è.
Gli torna alla mente l'inquieto inizio del Faust e se lo recita a voce alta, quasi a consolarsi: "ed ho studiato, ahimè, filosofia, giurisprudenza nonché medicina, ed anche, purtroppo, teologia. Da cima a fondo, con tenace ardore, eccomi adesso qui, povero stolto, e tanto ne so quanto ne sapevo prima". Il libro della cultura e gli incantesimi dell'arte non possono essere il fine, ma il mezzo, messi al servizio di una vita migliore, più consapevole e più bella; il loro scopo è quello di incrementare la fratellanza degli uomini e di farli ricongiungere alla madre Terra.
La vera musica congiunge l'Aperto del Mondo al profondo della Terra.
L'ethos dell'ascolto impone di ascoltare nei suoni la dissoluzione del mondo comune. Chi ascolta veramente forma l'accordo più importante, quello fra il suono e l'uomo.
La falsa musica fa réclame al mondo, serve a qualcosa, a qualcuno. L'ascoltatore regredito fa della musica un problema sociale o tecnico, non giunge all'Ascolto: l'Ascolto precede quello che si ascolta. Ascoltare in profondità è rinunciare al mondo borghese: è un atto ch'è una preghiera, solo così ci si abbandona al destino.
L'ingresso della musica nella sfera del linguaggio vuole esorcizzare il suono, vuole allontanare quel primitivo e selvaggio che il suono porta con sé. Ascoltare la musica diventa un problema di buona educazione.
In Occidente la musica è stato un problema di accumulo eppoi di tesaurizzazione, ma quell'Occidente sta morendo e con esso morirà anche quella musica troppo potente, troppo di tutto.
Il Musicista riscopre il nomos dell'ascolto, va verso il suono, contro la musica delle convenzioni.


LASCIARSI ANDARE, A ZONZO, IN SOLITUDINE

Il Musicista che ha dentro di sé il suono è sereno, si lava la faccia con acqua fresca, esce fuori e sorride agli altri.
Quando Euforione nacque, subito si distinse per il suo saltare, si capì immediatamente che la sua natura era dionisiaca e il suo sogno era quello di volare. Dal padre Faust aveva ricevuto il dono della tensione verso l'infinito, dalla madre Elena l'amore per la Bellezza. Avere le ali avrebbe significato liberarsi dal potere della Terra, ma è proprio la Terra che da' vigore e senso del movimento. Forse Euforione era troppo carico del senso della Terra e se ne voleva liberare, avrebbe voluto volare come gli dei dai calzari alati, ma dovrà rassegnarsi. Euforione dovrà morire come una forma organica della metamorfosi della Terra, morire per rinascere, in quanto fa parte di un processo che ha l'eterno nella ciclicità del movimento.
Come la Terra, l'arte del Musicista è nuda, come se fosse un archetipo di tutti i significati futuri, come fosse genesi, seme, natura. Le sue partiture sono uno spazio chiuso circondato d'infinito, una scheggia d'eternità. La sua arte è senza legami, vive d'incontri in solitudine.
Mentre scrive il Musicista perde la sensazione del suo corpo: qual'è il corpo e quale l'ombra, dove termina il proprio io e inizia quello della materia? Il Musicista parla un discorso irripetibile: chi scrive col sangue vuol essere imparato a memoria! Come una ginestra il suo discorso nasce su terreni proibiti agli altri fiori e col suo giallo vivo nobilita i paesaggi rocciosi. Il pensiero del fiore è la sua necessità.
L'io del Musicista non è il presupposto della sua volontà, il pensiero pare esprimersi da solo, come se l'io fosse una terza persona. "Esso pensa, il pensiero che pensa se stesso, la materia che crea la sua stessa forma", si trova scritto in alcuni programmi di sala. Perché l'uomo non vede le cose? Perché vi ha interposto se stesso. Il Musicista deve togliersi di mezzo, per entrare nel suo oggetto, il suo operare è una presa di contatto con le cose stesse, al di qua di ogni pensiero, teoria o struttura. L'arte non è fatta per i critici, che con le parole vi aggiungono dei concetti a lei estranei, non è nata per essere analizzata, ma per vivere di forza propria, come una pianta ben alimentata fa sbocciare i suoi fiori, grazie all' humus della terra e al semplice calore del sole.
Il nostro argomentare è superfluo all'arte (infatti lo facciamo per noi, non per un servigio all'arte).
Il Musicista si sorprende quando le sue opere piacciono, sa di essere preparato, di possedere una buona tecnica e di avere molte cose da raccontare. Si rende conto di avere una sensibilità fuori dal comune e di raccogliere in se un'infinita molteplicità degli aspetti della vita, però ha sempre paura di sbagliare, di fare cose brutte, noiose o troppo personali, o meglio ha paura di non aver accolto in sé il richiamo dell'arte, di non essere riuscito a raggiungere i luoghi enigmatici che l'arte gli ha indicato.
Il Musicista non scrive esplicitamente per il pubblico, perché ogni ascoltatore non intende che se stesso, non ciò ch'è stato fatto, ma quello che a lui piace udire, quindi l'opera viene tradita comunque, nel tentativo di ogni ascoltatore di appropriarsi di ciò che gli sta di fronte, di portare a sé l'oggetto. Questo al Musicista dispiace, pensa che se non ci fossero le incrostazioni culturali tutto sarebbe più semplice e più bello. Non importano le analisi psicanalitiche o filosofiche o estetiche, la vera arte si regge malgrado queste impalcature, è schietta e pura.
Il Musicista è un artista non solo per cultura e per abilità, ma per grazia ricevuta e desidera con tutto il cuore che qualcuno si avvicini alla sua arte, perché questo vuol dire che ha trovato qualcuno ch'è simile a lei, con semplicità ha trovato un compagno di viaggio.
E se è una bella giornata di sole, il Musicista esce e va in campagna, a zonzo. Ne trae giovamento il suo fisico, che diventa elastico, la sua mente che si apre, la sua opera che si purifica. Il Musicista va, fischiettando.


GIUNGERE A CIO' CHE SIAMO GIA'

Ciò che sta caratterizzando il nostro secolo non è la vittoria della scienza, ma la vittoria del metodo, il tema viene assorbito nel metodo. L'opera d'arte sta al di qua dei metodi, è un essere in cammino (un "essere in ascolto", direbbe il Musicista), che richiede il re-gresso nel luogo ch'è proprio dell'uomo in quanto uomo (e ch'è di altra natura rispetto al pro-gresso nel regno delle macchine). L'essere in cammino percorre una via che ci reclama, che ci fa giungere a ciò che siamo già.
Per abitare insieme agli altri, bisogna, prima, "conoscere se stessi" direbbe il filosofo, ma, forse, più e meglio di conoscersi è il dimorare in sé.
Nella purezza di un suono non trattato, grezzo, s’annida una solitudine profonda, nulla vi è di attuale, il presente è inabissato, è l'ora dell'eterno passato e dell'eterno futuro. Il futuro altro non è che il ripresentarsi delle medesime cose in vesti differenti. Il suono poetico c'insegna la grande lezione dell'eterno ritorno.
L'ora del suono poetico è la mezzanotte, quando si gettano i dadi e il caso regna sovrano. Il suono non va al caso, né lo combatte, abita l'intimità del caso. Abitare il fato significa rispettare la sua trascendenza, restare fedele alla morte. Il suono poetico è in grado di rovesciare l'invisibile del caso e della morte nel visibile dell'esserci, un essere che cammina a ritroso verso se stesso.
Troppi musicisti non sanno più ascoltare il suono. Prima dello scrivere c'è l'ascoltare. Ascoltare è un lasciarsi dire. La scrittura è il risultato di ciò che il suono ha detto, è un ri-dire l'essenza.
La pretesa tautologia che l'opera è l'opera non vale, in quanto A non è solo A, ma è anche più di A, ossia nel predicato viene detto di più di quanto sia esposto nel soggetto. Si deve considerare che il valore conoscitivo è sempre maggiore della stessa conoscenza, come scrive Levinas, "un pensiero che in ogni momento pensi più di quanto non pensi". Partendo dalla forma si arriva così a un suo oltrepassamento che, nel suo protendersi verso luoghi Aperti, mantiene sempre le tracce della forma ch'è, ora, in grado di recuperare le condizioni necessarie a una concreta intesa con l'ascoltatore. Dal factum al fieri, si passa dalla cosa a sé stante alla pratica del dialogo.
Fermiamo le voragini speculative: primum vivere, deinde philosophari.
Occorre consacrarsi all'opera: il fatto essenziale non è quello di compiere un'opera, ma di abitare una certa situazione, sentirsi chiamato dall’ispirazione.
La forma dell'ispirazione è il salto, l'essere gettati dal mormorio dei suoni comuni in un luogo sacro, dove suoni isolati vagano e attendono un vaso che li raccolga. L'autore altro non è che colui che ha la capacità di raccogliere. Più esso sarà debole con la volontà e più possibilità avrà di farsi contenitore.
Il Musicista deve dimostrare una disponibilità all'impermanenza, condizione essenziale per accogliere i suoni.
L'impermanenza produce uno smarrimento dei confini, a questo la musica tende, ripristinando visioni ancestrali, oniriche, rituali, giocando spesso su assonanze, aloni sonori, su effetti di ripetizione del suono, sulla timbrica, sul suono nascente, sul tempo immoto: la composizione diventa distensio animi.


ASCOLTARSI

Nel silenzio della solitudine creativa, al di qua di ogni apparenza, tutto ciò che è altro entra in rapporto con l'intimità, diventa fantasma, sogno, incubo. E' in questa dialettica fra identità e differenza che si da' il rapporto con l'altro. Scrivere è aver accolto l'altro che sta nascosto in noi. Il nostro io è plurale.
Scrivere è lo stato nel quale si apre la commozione dell'ascoltare. Ascoltare e ascoltarsi. Comparizione del noi al sé.
Raccogliersi, silenziosamente, è un atto catartico, una condizione di ritiro, ma anche di erranza, perché il silenzio viene attraversato, esperito. E' dal silenzio che emerge il suono e il suono è possibilità di contatto, di rapporto, di comunicazione. Ma solo questo suono, tremendamente silenzioso, è carico di verità. E’ un silenzio in fiamme.
Ogni frase, ogni suono è ciò che dice e ciò che non dice. In realtà si scrive solo di suoni sconosciuti, afferrati nell'attimo fugace del loro intravedersi, così, semplicemente, come appaiano.
Nel suono “grezzo” tace il linguaggio, è suono sgravato dalla storia (della musica), è suono poetico, dove mezzi e scopi sono cessati. Il suono poetico non è più il suono di una singola persona, ma è il suono stesso che parla, è l'essenziale. La musica sorge da questa essenza.


IL MISTERO DI NOI STESSI

Il pensiero artistico è un filosofare oltre, è conoscenza ulteriore che non va intesa in senso idealistico, ma simbolico in quanto l’arte è un segno speciale che rinvia a una pluralità di dimensioni, creando un unicum arte\mondo del tutto particolare.
Il tempo puro del suono oltrepassa il tempo reale, realizzando un gesto dell’empietà che ci redime dal tempo ordinario della successione dei giorni, il tempo del suono è sacro perché è tempo assoluto, è tempo del misticismo (come sapevano bene gli antichi cantori medioevali). Ma misticismo ha parentela con “mistero”, dalla parola greca “mustérion” (dal verbo “muo”, celare, nascondere), quindi potremmo dire che il suono ci porta nelle prossimità di quel mistero che ciascuno di noi è per se stesso, mistero che nessuna parola raggiunge perché la profondità del nostro intimo è linguisticamente impraticabile. Il suono non solo è l’utopia del linguaggio, ma è il luogo di mistero, il topos dell’u-topia di noi stessi.
Il suono ci porta a casa, nella prossimità di noi con noi stessi, ma la prossimità non è il centro, ovvero rimane un nocciolo duro non-conoscibile, è lo scarto fra il noi-vero e ciò che ne sappiamo: è l’infinito ch’è in noi. Non serve a molto ragionare intorno a questa verità perché è irriducibile al linguaggio, possiamo solo evocarla.

LA MUSICA E' SILENZIO CHE SOGNA DI CANTARE

Il silenzio è la metafora esplicita di un'introflessione dell'io, verso spazi ignoti, è ascolto di sé, dello straniero che io sono per me stesso. Il silenzio è un venire a sé, un arrivare a essere ciò che siamo. E' il luogo della nascita, dell'abitare. E' un donare.
Nel silenzio si animano memorie e attese, s'inaugura un tempo diverso. Un tempo originario che potremmo definire anche tempo ecologico.
Scrivere a partire dal silenzio, vuol dire includere l'opera nelle metamorfosi dell'eterno. Il Musicista ha imparato a diffidare di ciò ch'è scritto con chiarezza razionale, in bella calligrafia mentale, altro non è che il versante apparente dell'ombra.
Opere vere sono quelle che non si considerano tali, sono quelle che esprimono parola di sacrificio, suono del silenzio, gesto dell'anima.
Il Musicista sacralizza il silenzio: non è un silenzio negativo, nero e cupo, è un silenzio ricco e carico di tutti i silenzi che lancia bagliori, sono le fiamme purificatrici del silenzio.
E' l'immagine di un sole che non solo riscalda la terra, ma brucia d’ardore l'universo. Scrivere in silenzio equivale a distruggere, come il fuoco, per tornare all’innocenza. E' un silenzio che non sa. Non è un silenzio che ha capito e tace, è un silenzio che ha tutto dimenticato.
La verginità non è una conquista, è un dono. Poi diventa conquista, ma all’origine è regalo. Così la verginità del silenzio ci è donata e va saputa preservare.
Scrivere è passare dal visibile all'invisibile, non il contrario, verso la non-rappresentazione.
L'assenza come origine.


UN DIRE ORIGINARIO

Il problema del tempo è fondamentale. L'opera appartiene a un tempo particolare, un tempo originale, il tempo della solitudine essenziale, là dove regna la fascinazione. Chi non appartiene a quel tempo non potrà mai essere ispirato.
Scrivere significa portare a dischiudersi l'essenza dell'opera. Non consiste nel perfezionare il linguaggio, ma è l'approccio a quel punto in cui non si rivela che il suono in sé, e lui che parla e per far questo abbisogna del silenzio.
Il tempo del suono è una con-temporaneità di essere stato, essere presente, essere immanente, essere futuro. Questo essere molteplice del tempo si ri-trae nel suo dischiudersi. Nel ritrarsi sporge e comunica. E' un dire originario.
Se il suono poetico è la dimora del dire originario, il Musicista lo può portare a sé non col pensiero, ma col gesto. Qualsiasi metodologia concettuale risulta rovinosa per la vitalità del processo meditativo e per la partecipazione. Il gesto tocca l'essenza senza violarla.
L'arte del Musicista è un gestus, un fare segreto di cui la bellezza ne è la traccia. Dal gesto precipita la musica.
Il gesto del Musicista è rituale. E' l'evocazione di un nome. Il nominare avvicina ciò che chiama. Chiamare è avvicinarsi. E' un soffio che muove il suono dalla quiete originaria. E' l'evento rischiarante della grazia. Nel gesto regna il mistero, il mistero della sua forza, di quel suo quid che sostiene e mantiene il suono nel suo essere. Il Musicista fa esperienza di una forza che non è possibile pensare.
Il suono possibile ritorna subito nel silenzio: è dove viene meno. Questo venir meno del suono, nel momento stesso in cui si concede, è l'autentico dire del Musicista.
Nel suono poetico regna un enigma: un tale suono giace, quietamente, nel silenzio. E' un suono che rinuncia a farsi musica, una rinuncia che non ha connotati negativi, anzi, il suono, proprio grazie a questa rinuncia, instaura con il Musicista che l'accoglie un'intimità profonda. Il suono dice il non detto, ciò che la musica costruita non può dire, perché troppo spostato è il suo piano di azione, su terreni plastificati, dove regna la tecnica. Su questi terreni il suono non giunge a manifestarsi. E' anche una questione di pudore.
La via che conduce alla comunicazione è dentro al suono. Il silenzio cor-risponde al suono, è una sorta di suono senza suono.


LA SOLITUDINE COME SPAZIO DELLA SCRITTURA

Quale sguardo ha il Musicista? Quello della sua opera. Quale morte l'attende? Quella che lo spia dall'ultima pagina di un suo spartito, quella che si nasconde nell'ultimo grappolo di note scritte.
La vera scrittura non è mai un accrescimento, ma una spoliazione, fino a ritrovare lo sguardo del padre e della madre.
Che c'è nel cuore di ogni suono? La fuggevole proiezione di un volto sconosciuto.
Si possono ascoltare solo le leggere vibrazioni provocate dall'apparire\scomparire di questa fugace proiezione.
Sono attimi d'eternità.
L'opera non è mai compiuta, ci lascia nell'incompiuto, nel cui spazio moriamo. E' luogo d'esilio. La leggibilità è postuma.
Si crede di sognare l'opera, invece si è sognati da lei.
Il gesto dello scrivere è un gesto solitario.
Si scrive lungo i labili confini dell'essere. La solitudine ha il potere di rompere il tempo, di liberare l'unità primigenia.
Solo sulle rovine di un'opera dal quale si è distolta l'attenzione, sulla solitudine di quest'opera, si costruisce davvero l'opera.
In nessun luogo, come nel rettangolo di carta bianca, o in quello di carta pentagrammata, parole\suoni e dimora sono così saldamente legati.
La solitudine del Musicista è estrema. Come se ci fosse una solitudine più sola, rinserrata nel cuore stesso della solitudine.
Solitudine della parola prima della parola. Solitudine del suono prima del suono. Solitudine del silenzio prima del silenzio.
La solitudine crea.
La creazione è sovversiva.


SCRIVERE INSIEME ALLA MORTE

L'opera del Musicista aspetta se stessa su una soglia enigmatica, dove sta in sé, chiusa nel proprio testo e, al contempo, è tesa verso un luogo altro. L'arte è un essere-possibile, un essere in viaggio, un viaggio particolare, riflessivo, nel quale più si cammina e più ci si addentra all'interno, un esodo dal noi per ritornarci costantemente, un aspettarsi, un attendere il proprio sé al ritorno dal viaggio.
Un mondo atopico, che sta sulla soglia. Il tema della soglia si collega a quello della morte. La soglia non ha un tempo determinato, non ha un luogo preciso, si sottrae ai confini, sta semmai sul confine. Sta ai limiti della verità, come la morte.
La soglia e la morte appartengono al pre-categoriale, sono ai limiti della dicibilità, rappresentano, in fondo, il tema del mythos (il tema delle emergenze extra-linguistiche, da Platone in poi).
Sulla soglia il gesto non può che essere estremo, anche se minimo, come il gesto del morente: gesto ultimo.
Nei processi naturali questo aspettarsi è visibile e chiaro: il roseto attende le sue rose, che non sono altro dal sé, ma proprio il suo compimento ulteriore.
Il Musicista aspetta che i suoni ritornino dal loro mondo. Sono suoni che si pongono alla frontiera fra l'essere e il possibile, aspettando il possibile ai limiti della verità, in quella terra di confine dove materia e spirito diventano tutt'uno.
Dell'esperienza artistica si deve parlare in modo del tutto diverso rispetto alle altre esperienze (un po' come fa Jacques Derrida quando parla della morte, e non è un caso che la creatività artistica abbia a che vedere con l'istinto auto-distruttivo, tanto che molti artisti hanno forti impulsi di morte, una morte intesa come possibilità verso mondi altri).
"Morire" per raggiungere il mondo dei suoni.
Il Musicista non sa se riuscirà a cogliere veramente l'essenza dell'arte, anzi, non sa neppure cos'è l'essenza dell'arte. In questo non sapere si pone il passaggio fra l'indeterminato e il determinato. La scrittura è un enigma.
Non si può scrivere se non avendo rapporti con la morte, in quanto estrema possibilità, orizzonte ultimo, tempo indefinibile. Ogni uomo è a partire dalla sua morte, ma questo aspetto diventa fondamentale per l'artista, in quanto "cosa" che non può afferrare, ma ch'è legata alla sua opera come limite.


FARSI ECO DEL SUONO

Chi vive alle dipendenze dell'opera, appartiene alla solitudine. L'essere è solitario. L'opera è solitaria. Questo non significa incomunicabilità, ma il suo contrario, farsi l'eco di ciò che nel suono stesso parla. Proprio per divenire l'eco del suono poetico, il Musicista non può che imporsi il silenzio.
Il silenzio crea un mondo senza tempo. Dove lo spazio è la vertigine delle lontananze. E' l'ambiente indeterminato della fascinazione. Un ambiente attraente e assoluto. Chi è affascinato, non vede propriamente ciò che vede, ma ne è toccato in una vicinanza immediata, afferrato e conquistato.
"Scrivere è entrare nell'affermazione della solitudine" - come dice Maurice Blanchot - "dove incombe la fascinazione. E' consegnarsi al rischio dell'assenza di tempo, dove regna l'eterno ricominciamento". Nella fascinazione del poter creare, il Musicista si lascia andare, si perde.
Fascinazione è protrarre l'attimo dell'attesa del gesto creativo, è trattenere l'arrivo del piacere, dell'atto conclusivo. E' piacere dell'attesa. E' un sorvegliare se stessi, essere sentinella del fare e anche del non fare. Fascinazione è sorseggiare, piano piano.
L'attesa è purificazione e letizia. Quando Francesco d'Assisi bussò al suo convento, in una notte di pioggia e freddo, il frate guardiano gli rispose di aspettare fuori. Solo trascorrendo la notte al gelo, Francesco avrebbe conosciuto il silenzio terribile dell'attesa, ch'è disciplina della sorveglianza. Ch'è fascinazione terribile.
Il suono del Musicista s'incammina, cieco, com'era cieco l'antico poeta e l'oracolo, oltre le proprie radici, alla ricerca della potente origine dove la sua piccola nascita era già prevista, affondando nel sangue del tempo, ogni orrore conoscendo.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA
Il presente saggio è tratto dal volume di Renzo Cresti, Il cuore del suono, scritti di e(ste)tica musicale, edizioni Feeria, Panzano in Chianti, Firenze 2001.

 

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