
da Lamento d'Arianna
Venezia, Gardano, 1623
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Arianna,
su libretto del poeta fiorentino Ottavio Rinuccini (1562-1621),
fu la seconda opera di Monteverdi, dopo l'Orfeo, che egli
scrisse per le feste nuziali del Principe Francesco Gonzaga
con Margherita di Savoia. Sua moglie Claudia era morta da
poco quando Monteverdi dovette creare l'opera che confermò
alla posterità il suo grande genio.
Purtroppo il Lamento è l'unica parte rimasta
dell'Arianna (1608), che allora ebbe tanta popolarità
in tutta Italia ed Europa. Si potrebbe scrivere un intero
capitolo di storia della musica solo su questo lamento, così
ammirato ed imitato da ogni compositore sino alla fine del
secolo. I suoi profondi accenti umani influenzarono non solo
gli italiani, ma persino il distinto membro della famiglia
Bach, Johann Christof (1642-1703) che nel suo Lamentatio Wie
Bist du denn, o Goti segue fedelmente l'originale di
Monteverdi.
Il Lamento è scritto nello "stile rappresentativo",
ma i duri contorni di questo stile spariscono completamente,
sostituendosi in una monofonìa di grande valore espressivo
e di una coerenza strutturale distinta.
Le frasi cadono spontaneamente
nella forma simile a quella del canto all'inizio del secondo
atto di Orfeo; ma più importante dell'aspetto formale
è la tecnica espressiva. La scena drammatica nella
quale trova cornice il Lamento non potrebbe essere
più commovente: Teseo ha lasciato Arianna sola su una
isola deserta, ed ella rimpiange la sua sorte ed il suo amore.
«Lasciatemi morire! Lasciatemi morire! E chi volete
voi che mi conforte in così dura sorte, in così
gran martire! Lasciatemi morire!».
II riferimento a musicisti e filosofi greci, dimostrati e discussi
con tanta cura da Monteverdi nella sua prefazione, finiscono per
avere una importanza puramente accademica: le lacrime negli occhi
di chi ascoltava l'Arianna erano lacrime di emozione sincera,
mosse dalle sensazioni musicali piuttosto che dalla logica di
fondamenti teorici. Seimila persone assistettero alla prima rappresentazione
di Arianna.
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