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CLAUDIO MONTEVERDI
L'incoronazione di Poppea (1642)
L'ULTIMO CAPOLAVORO DI
MONTEVERDI

La pagina iniziale dello spartito
del Prologo
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"Fra tutte le opere del Seicento" ha scritto il
musicologo Donald Jay Grout "L'incoronazione di Poppea è la più degna di essere studiata e ripresa,
come recenti esecuzioni moderne hanno ampiamente dimostrato.
In essa Monteverdi ha applicato tutte le risorse di una tecnica
matura a un soggetto drammaticamente valido, creando così
un'opera unitaria e commovente con una grande varietà
di forme ed effetti musicali. Purtroppo il perfetto equilibrio
qui raggiunto tra soggetto e musica doveva ben presto essere
turbato da una tendenza crescente a privilegiare l'elaborazione
musicale a discapito della verosimiglianza e della coerenza
drammatica. Nonostante ciò, l'influenza di quest'opera
fu fondamentale. Così come Orfeo aveva rappresentato
l'apice del vecchio stile pastorale, L'incoronazione dì
Poppea segnò un passo definitivo verso la nascita
dell'opera moderna, incentrata sulle personalità e
sulle emozioni dei personaggi umani invece che su figure artificiali
di un mondo ideale".
L'incoronazione di Poppea (in realtà il titolo originale
è La coronatione di Poppea) è l'ultimo
straordinario capolavoro composto da Monteverdi per il teatro.
L'opera fu composta nel 1642 e rappresentata a Venezia nella
stagione di carnevale del 1643 al teatro di SS. Giovanni e
Paolo; la stagione di carnevale iniziava negli ultimi giorni
di dicembre dell'anno precedente, ed è questa la ragione
per cui la data tradizionale riportata nei dizionari e nelle
numerose biografie monteverdiane è 1642. In occasione
della prima rappresentazione non fu stampato il libretto,
ma solo lo scenario, datato 1643, col seguente titolo: Scenario
dell'opera reggia intitolata La coronatione dì Poppea
che si rappresenta in musica nel teatro dell'illustrissimo
Sig. Giovanni Grimani. Il testo dell'opera, realizzato
dall'avvocato veneziano Giovanni Francesco Busenello, fu pubblicato
solo nel 1656 nel volume miscellaneo Le ore ociose.
LE PARTITURE ADESPOTE
Le fonti storico-documentarie e musicali dell'Incoronazione
di Poppea sono piuttosto scarse, e malgrado questa opera sia
da sempre oggetto di studio dei musicologi non è stato
ancora possibile ricostruirne la genesi in modo soddisfacente.
Le due copie superstiti della partitura originale sono adespote,
ossia prive del nome dell'autore, e sebbene non esistano fonti
coeve a sostegno dell'attribuzione dell'opera a Monteverdi,
nessuno studioso l'ha mai messa in dubbio. Che il suo nome
non sia riportato è del resto facilmente comprensibile:
era allora del tutto normale considerare l'autore dell'opera
il librettista e non il compositore; questi, secondo un'opinione
assai diffusa all'epoca, si limitava ad "abbellire"
i versi del poeta rivestendoli di musica. Le prime fonti che
riportano il nome del compositore risalgono alla seconda metà
del Seicento, e non sembra esserci motivo di dubitare della
loro attendibilità, anche perché lo stile musicale
dell'Incoronazione di Poppea è indiscutibilmente monteverdiano.
Le due partiture secentesche, oltre a essere adespote, non
offrono alcuna indicazione relativa alla strumentazione indicando
solo le parti vocali e il basso continuo, e ciò rende
ovviamente problematica la rappresentazione moderna dell'opera.
IL TEMA
Il musicologo Domenico De Paoli così ha scritto: "L'argomento
dell'Incoronazione di Poppea è tratto dal XIV Libro
degli Annali di Tacito e Busenello, pur interpretando la storia
con una certa libertà, riesce a creare una specie di
epopea storica senza precedenti nel teatro, con personaggi
veri, dove gli avvenimenti si succedono con un crescendo di
interesse, mescolando abilmente il drammatico, il patetico
e il comico in modo tale che Monteverdi, sempre interessato
alla vita, a sentimenti ed emozioni reali, non poteva non
sentirsi tentato di ricreare quel mondo con la sua musica".
Monteverdi ha sempre cercato di rappresentare affetti reali,
emozioni e sentimenti che tuti noi conosciamo, non importa
se esperessi da personaggi storici o mitologici perché
- come scrive lo stesso Monteverdi in una sua lettera - sia
Arianna che Poppea "muovono... per esser donna".
Prosegue De Paoli: "La vicenda drammatica, per lui,
non è un processo dove la malvagità degli uni
fa meglio risaltare l'innocenza degli altri: è uno
specchio della vita. Il libertto del Busnello, perciò,
sembra fatto apposta per lui: gli offre un vero dramma, cioé
un conflitto di passioni che in una stessa situazione provocano
reazioni diverse, e condiziona il loro modo di agire: un dramma
che si sviluppa in una serie di episodi ben congegnati, con
una vera progressione drammatica (...) Splendida materia per
un musicista che concepisce l'arte come imitazione".
» Il libretto dell'opera
LA
VICENDA
Atto primo

Bozzetto di Sensani per la scena
finale dell'opera
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Dopo il Prologo, troppo spesso ingiustamente
tagliato nelle rappresentazioni moderne, "si muta
la scena nel Palazzo di Poppea", come si legge
nello Scenario. Fin dalla prima scena il pubblico viene
informato della relazione amorosa di Nerone (tenore)
e Poppea (soprano), su cui ruoterà tutta l'azione. Ottone (baritono), è disperato
perché l'amante Poppea lo tradisce con Nerone.
I Soldati si svegliano maledicendo "Amor, Poppea,
Nerone, e Roma": a loro è affidato il compito
di narrarci la disperazione dell'Imperatrice Ottavia
(mezzosoprano), tradita da Nerone, il quale è
a tal punto innamorato di Poppea da dimenticare la sua
responsabilità di Imperatore.
Nella terza scena "Poppea e Nerone
escono al far del giorno amorosamente abbracciati, prendendo
commiato l'uno dall'altro con tenerezze affettuose".
Poppea cerca invano di trattenere Nerone, il quale pur
di sfuggita accenna alla eventualità di un divorzio
da Ottavia che consentirebbe loro di stare sempre insieme.
Nella scena che segue "Poppea con Arnalta vecchia
sua consigliera discorre della speranza sua alle grandezze;
Arnalta la documenta e ammaestra a non fidarsi tanto
de' grandi, né di confidar tanto nella fortuna".
Quindi "si muta la scena nella città
di Roma": Ottavia si dispera della sua sorte infelice
alla presenza della nutrice, che cerca senza successo
di tranquillizzarla. Entra in scena Seneca (basso) che
a sua volta si rivolge a Ottavia cercando di consolarla.
Interviene un valletto (soprano) criticando le vuote
parole di Seneca: "queste del suo cervel mere invenzioni
le vende per misteri e son canzoni". È quindi
la volta di Pallade (soprano) che predice la morte a
Seneca che la accetta con coraggio. A lui si rivolge
poco dopo Nerone rivelandogli la ferma intenzione "di
rimover Ottavia dal posto di consorte e di sposar Poppea".
Il vecchio saggio si dimostra subito contrario a tale
decisione: Nerone, che in realtà non chiedeva
il suo parere ma lo informava della sua decisione irrevocabile,
va su tutte le furie e caccia il "maestro impertinente,
filosofo insolente".
Ritornano in scena i due protagonisti
dell'opera: "Poppea con Nerone discorrono de' contenti
passati restando Nerone preda delle bellezze di Poppea,
promettendo di volerla crear Imperatrice, e da Poppea
venendo messo in disgrazia di lui Seneca, Nerone adirato
gli decreta la morte, Poppea fa voto ad Amore per l'esaltazione
delle sue grandezze, e da Ottone, che se ne sta in disparte
vien inteso et osservato il tutto". Con la sentenza
di morte, pronunciata da Nerone in preda all'ira, si
chiude il primo atto.
Atto secondo
Il secondo atto ha inizio con un breve
dialogo tra Ottone e Poppea; il primo, fuori di sé
per il tradimento di Poppea, ha ormai capito che la
donna ambisce di diventare Imperatrice e solo per questo
ha conquistato il cuore di Nerone. Comincia perciò
a pensare alla vendetta: ucciderà Poppea "col
ferro o col veleno" per prevenire probabili future
"insidie" da parte di lei.
Uscita Poppea entra in scena Drusilla
(soprano), da lungo tempo innamorata di Ottone, al quale
chiede se ha sempre Poppea nei suoi pensieri. La risposta
di Ottone non appare del tutto sincera è infatti
evidente che Ottone è ancora sconvolto dalla
gelosia e quando dichiara il suo amore per la bella
Drusilla, nell'evidente tentativo di scacciare dalla
mente l'amata Poppea, la ragazza - per quanto felice
- rimane assai dubbiosa: 'Temo che tu mi dica la bugia".
E infatti nella battuta finale "a parte" Ottone
non può nascondere a se stesso la realtà
dei suoi sentimenti: "Drusilla ho in bocca, et
ho Poppea nel core".
Abbiamo quindi la scena già descritta
tra Mercurio e Seneca, seguita dall'intervento di Liberto
(tenore), Capitano della Guardia di Nerone, che comunica
a Seneca l'ordine dell'Imperatore di uccidersi.
Si muta la scena nella città di
Roma. Valletto, Paggio e Damigella dell'Imperatrice
scherzano amorosamente insieme. Quindi Ottone, solo
in scena, si pente di aver anche solo pensato di voler
uccidere Poppea. Ma sopraggiunge Ottavia, anch'essa
tormentata dalla gelosia e dal desiderio di vendetta:
"Voglio che la tua spada scriva gli obblighi miei
col sangue di Poppea: vuò che l'uccida".
Ottone dovrà travestirsi da donna e uccidere
Poppea, altrimenti lei stessa lo denuncerà a
Nerone e quello stesso giorno lo farà condurre
al patibolo. Ottone "si contrista e parte confuso"
e poco dopo "palesa a Drusilla dover egli uccider
Poppea per commissione di Ottavia Imperatrice, e chiede,
per andar sconosciuto all'impresa, gl'abiti di lei la
quale promette non meno gl'abiti che secretezza, e aiuto".
Nel giardino di casa sua Poppea, colta
da un improvviso sonno si adagia sul prato, nel frattempo
scende dal ciclo Amore (soprano): Ottone travestito
da Drusilla capita nel giardino dove sta addormentata
Poppea per ucciderla, e Amor lo vieta. Poppea nel fatto
si sveglia, e Ottone (creduto Drusilla), inseguito dalle
serventi di Poppea, fugge.
Atto terzo
Giunge Nerone che alla vera Drusilla
domanda le ragioni di quel gesto. "Innocente son
io" risponde Drusilla "lo sa la mia coscienza,
e lo sa Dio". Nerone ordina che sia torturata con
"flagelli, funi, fochi" perché infine
riveli il mandante del tentato omicidio. A quel punto
Drusilla, per paura di non resistere alla tortura ed
esser costretta a fare il nome di Ottone, decide di
assumersi lei stessa la colpa.
L'azione drammatica subisce un acceleramento
e l'opera si avvia alla sua conclusione. Sopraggiunge
Ottone, che ovviamente si assume tutta la responsabilità
del fallito assassinio. Drusilla insiste nel tentativo
di salvarlo, e alla fine Nerone sentenzia l'esilio per
Ottone "ne' più remoti deserti" e con
un gesto di clemenza acconsente che Drusilla lo segua.
Non passa un istante che già Nerone proclama
pubblicamente di ripudiare Ottavia, che pure dovrà
lasciare Roma, e di sposare Poppea quel giorno stesso.
Segue un duetto d'amore dei due protagonisti e subito
dopo, in aperto contrasto, il triste monologo di Ottavia,
che "repudiata da Nerone deposto l'abito imperiale
parte sola miseramente piangendo in abbandonare la patria
e i parenti".
L'ultima scena, che da il titolo all'opera,
si svolge nella reggia dell'Imperatore: "Nerone
solennemente assiste alla coronazione di Poppea, la
quale a nome del popolo e del Senato romano vien indiademata
da consoli e tribuni, Amor parimenti cala dal ciclo
con Venere, Grazie e Amori, e medesimamente incorona
Poppea come dea delle bellezze in terra, e finisce l'opera". |
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LA RECENSIONE
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Claudio Monteverdi
L'incoronazione di Poppea
Concerto Köln, dir. René Jacobs
Arthaus Musik 100109
DVD - (P) 1993 |
Per gli amanti dell'opera monteverdiana è in commercio da
qualche anno la registrazione video dell'Incoronazione di Poppea
messa in scena allo Schwetzinger Festspiele del 1993 ad opera di
Michael Hampe. Di questa rappresentazione è disponibile ormai
da qualche tempo il riversamento in DVD.
Lo spazio scenico a disposizione non ha permesso al produttore
di sbizzarrirsi in voli d'aquila, siamo quindi di fronte a una messa
in scena molto essenziale, ma non per questo disprezzabile, tutt'altro.
Al centro del palcoscenico campeggia la parte superiore di una sfera
che rappresenta il mondo, quindi il potere e la lotta per il potere.
Su questa calotta e attorno ad essa si muovono i vari personaggi,
mentre il resto del set è costituito da una serie di pannelli
scorrevoli che si aprono e si chiudono secondo le esigenze (entrata
e uscita dei personaggi) e le prospettive, invero assai scarse,
cui si vuole accedere. La regia mi ha nel complesso soddisfatto,
e alcune trovate sono veramente geniali. Ad esempio la scena quinta
in cui si vede Ottavia che emerge dall'interno del globo, vestita
come una vedova e seduta su uno scranno nero, intonando il suo 'Disprezzata
regina' con una partecipazione straordinaria, nelle movenze e soprattutto
nella mimica facciale. Straordinario anche l'Addio a Roma, dove
Ottavia, avvolta in un misero manto e coi capelli rasati - ancora
oggi, in alcune culture, simbolo crudele della vedovanza o del ripudio
- saluta un immaginario uditorio sullo sfondo di un cielo cupo e
di una costa dal nero profilo verso cui poi si allontana mestamente
accompagnata dalla Nutrice. Ancora, la scena decima (primo atto),
dove Arnalta avanza spingendo sul globo il letto dove Poppea e Nerone
amoreggiano (per la verità non troppo, Nerone è solo seminudo, lei invece è vestita e ha
solo le spalle e le braccia scoperte). Oppure la scena del suicidio
di Seneca: sulla cima del globo si apre una vasca, dove Seneca si
immerge, si taglia le vene e muore. Subito dopo i pannelli si aprono
ed entrano Nerone e Lucano, che cantano e danzano attorno al corpo
morto del filosofo, illuminato da una luce livida, concludendo la
performance con un bacio l'uno sulla bocca dell'altro (la bocca
è appunto il soggetto di ciò che cantano in quel momento).
Un po' meno gradevoli i costumi. Poppea è in vestaglia dall'inizio
alla fine dell'opera, una lunga veste rossa che fa intravvedere,
appunto, le 'poppe', invero un po' flaccide ma presenti. I soldati
portano uniformi stile Impero di 'Guerre Stellari', Ottone indossa
sempre un anonimo pastrano nero, Drusilla è vestita come
Cenerentola. Al contrario molto azzeccati i costumi di Ottavia (tutta
nera, persino la corona e i paramenti regali), Arnalta, che conclude
con un abito da puttanone d'altri tempi, guanti lunghi, tacchi alti
e un pavone in testa, e la Nutrice, tutta curva con un paio di occhialini
e una cuffia.
La realizzazione musicale è qui affidata a René Jacobs
che dirige il Concerto Koeln. Ci sono alcuni tagli nella partitura
(ad esempio manca tutto il Prologo) comunque non nocivi per la narrazione,
che è serratissima e drammaticissima dall'inizio alla fine.
E' questo il pregio principale della direzione di Jacobs, il grandissimo
senso del teatro (quello che difetta a Garrido nella sua registrazione
per la K617), lo spremere dai personaggi gli affetti e le passioni
senza scadere nella platealità o nel cattivo gusto, ma anzi
rifinendo i caratteri con una maestria che pochi suoi colleghi possiedono
(tra questi William Christie). Il dramma di Ottavia e di Ottone,
ad esempio, riceve connotazioni fortissime, mentre i personaggi
di Poppea e Nerone traboccano di sensualità. L'orchestrazione
- che nell'Incoronazione è 'a carico' del concertatore -
mi è parsa sempre azzeccatissima. In particolare, l'ensemble
è formato da 3 violini, 2 viole, 2 violoncelli, 2 clavicembali,
2 liuti, arpa, 2 flauti diritti, dulciana, tromba, due cornetti.
Il cast è complessivamente di ottimo livello, ma su tutti
svetta l'Ottavia di Kathleen Kuhlmann (mezzosoprano) che nell'Addio
a Roma commuove come nessun altra è riuscita a fare. In più,
la pronuncia farebbe invidia a una cantante italiana, la dizione
è tanto perfetta da potersi intendere ogni parola senza bisogno
del libretto, la recitazione è semplicemente superlativa, la voce morbida e di bellissimo timbro sia in alto
che in basso, ma particolarmente nei centri. Un gradino sotto (ma
non di molto) il Nerone di Richard Croft (finalmente un bravo tenore
in questo ruolo!), anzi il Richard Croft di dieci anni fa, forse
un po' meno maturo artisticamente rispetto a oggi ma con un mezzo
vocale di una bellezza rara e seducente, a suo agio in tutta la
tessitura. Brava anche la Poppea di Patricia Schumann (soprano)
anche se la voce non è uno splendore. Poi quel suo sorridere
sempre come una tontolona a non giova al personaggio, ma certo non
dev'essere stata una sua scelta. Jeffrey Gall (controtenore) tratteggia
un appassionato Ottone, di bella voce (ma dizione così così)
e profondi sentimenti, e riesce a dare spessore a un personaggio
secondo me un po' sottovalutato. Grandissima Arnalta quella di Curtis
Ryam, che qui canta da tenore molto acuto, sconfinante nel falsetto.
La voce non è bella, ma scenicamente non poteva esserci Arnalta
migliore, un negrone grande e grosso con due enormi tette finte
e una buona dose di opportunismo nel sfruttare le situazioni a suo
vantaggio. Dominique Visse è bravissimo nel fare la Nutrice,
non male anche tutti gli altri.
Il suono è buono, forse un po' troppo secco, la ripresa
video anche, comunque non dev'essere stata difficile visti gli esigui
spazi su cui doveva muoversi.
Il DVD è pubblicato da Arthaus Musik, n. di catalogo 100
108.
Teseo
La mailing list di Musica Barocca:
http://groups.yahoo.com/group/MusicaBarocca
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