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l Vespro all'epoca di Monteverdi conserva la struttura che aveva nel Medioevo, confermata sostanzialmente con il Concilio di Trento. Era cioè formato da un responsorio introduttivo (Deus in adiutorium), cinque salmi ciascuno preceduto e seguito da un'antifona, i quali cambiavano a seconda delle occasioni, un inno pure diverso nelle varie occasioni, e infine il Magnificat ugualmente preceduto e seguito da un'antifona. Per le festività mariane i salmi erano: Dixit Dominus (109), Laudate pueri (112), Laetatus sum (121), Nisi Dominus (126), Lauda Jerusalem Dominus (147), mentre l'inno era Ave Maris Stella.
Pubblicato a Venezia da Amadino nel 1610 in una stampa comprendente anche la Messa In ilio tempore a sei voci, il Vespro della Beata Vergine venne composto forse nel 1607, almeno per quanto concerne alcuni brani, e secondo alcuni studiosi potrebbe essere stato eseguito parzialmente nel 1608 in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia. Graham Dixon ha persino ipotizzato che l'intero Vespro fosse stato pensato per la solennità di Santa Barbara, a cui è dedicata la chiesa palatina, e successivamente adattato a Vespro mariano; ma Monteverdi non riuscì mai a diventare maestro di cappella di quella chiesa, e la mancata nomina fu uno dei motivi che spinse il compositore a guardarsi intorno. Monteverdi, infatti, era al servizio della corte gonzaghesca ormai da molti anni, e la dedica del Vespro a papa Paolo V fa pensare che, ormai stanco di prestare servizio a Mantova senza un autentico riconoscimento del proprio operato, cercasse in qualche modo di accattivarsi le simpatie del Pontefice.
Il Vespro rappresenta una delle opere sacre per eccellenza del panorama musicale internazionale accanto alla Messa in si minore e alle Passioni di Bach. Opera estremamente complessa per invenzione compositiva e per articolazione interna, ha affascinato una folta schiera di musicologi ed esecutori e desta tuttora alcune perplessità. I dubbi riguardanti la sua reale destinazione, uso liturgico o devozionale, sorgono in primo luogo a causa del suo contenuto: tutte le parti proprie del Vespro (responsorio, cinque salmi, l'inno Ave maris stella e il Magnificat), ma anche quattro altri brani vocali ed una sonata posti alla fine di ciascuno dei salmi, insieme ad un secondo Magnificat. In secondo luogo non immediatamente chiaro è quanto appare sul frontespizio dell'opera: Sanctissimae virgini missa senis vocibus ad ecclesiarum choros Ac Vespere pluribus decantandae Cum nonnullis sacris concentibus, ad sacello sive Principum Cubiculo accomodata. Se la Messa è ovviamente e chiaramente intesa per uso liturgico («ad ecclesiam chorus»), il Vespro e i concerti (termine che definisce i quattro brani vocali e la sonata), o forse solo i concerti sembrano invece essere destinati esclusivamente o principalmente ad un uso privato, seppur all'interno di una corte («ad sacella sive Principum Cubicula»).
Molti interrogativi desta quindi la struttura musicale complessiva: serie di brani autonomi relativi a due realtà diverse, l'una autenticamente liturgica (responsorio, salmi, inno, Magnificat), l'altra puramente devozionale (i cinque concerti), o opera unitaria pensata secondo una ben precisa intenzione compositiva? «Composto sopra canti fermi», vale a dire con l'utilizzazione del canto fermo gregoriano, è ciò che si legge all'inizio del vespro nella parte del basso per l'organo, il che significa che per quanto attiene il responsorio, i salmi, l'inno e i Magnificat, il Vespro è senza dubbio concepito come un'entità unitaria grazie all'impiego della stessa tecnica compositiva, su «cantus firmus» (in questo caso rappresentato dai tradizionali toni salmodici, ovvero le semplici melodie che servivano per cantare tutto il Salterio), per ogni brano. La presenza dei quattro brani vocali e della sonata non contraddice, però, l'unitarietà dell'intera composizione; essi non costituiscono delle interpolazioni di carattere devozionale, ma, secondo una prassi cinque-seicentesca attestata in molte cappelle musicali italiane, sostituiscono la ripetizione dell'antifona prevista dopo ciascun salmo, e sono pertanto perfettamente spiegabili anche all'interno di un utilizzo autenticamente liturgico dell'opera. Questo naturalmente non esclude la possibilità di eseguire singolarmente i vari brani o gruppi di essi. Un dato fondamentale da tener presente è che la flessibilità era una caratteristica degli stili musicali e della pratica esecutiva dell'epoca. E' dunque probabile che il Vespro fosse impiegato per usi sia liturgici che devozionali, in versione integrale e con organico pieno, ma anche solo con voci e organo, o ancora omettendo i concerti e la sonata. Non era poi strano che alcuni brani fossero estrapolati per essere inseriti in altri contesti liturgici e non. I mottetti, pur nella loro potenziale autonomia, si integrano perfettamente nell'opera, posti in luogo della seconda antifona e dunque in sostituzione di essa e con una collocazione tale da creare una climax, un crescendo che parte dal primo mottetto a una sola voce fino ad arrivare al quarto a sei voci.
Il vespro riunisce diversi stili compositivi dell'epoca: brani polifonici, solistici, vocali e strumentali. Il responsorio Deus in adiutorium, dopo l'intonazione gregoriana, impiega sei voci e sei strumenti e la sua caratteristica è l'utilizzo, per la parte strumentale, della toccata dell'Orfeo (rappresentato a Mantova nel 1607). Il brano ha un carattere maestoso di vera e propria ouverture, il coro che scandisce le parole in modo sillabico è accompagnato dal timbro squillante degli strumenti a fiato (i cornetti in modo particolare). Sei voci e altrettanti strumenti sono previste anche nel primo salmo Dixit Dominus, costruito in maniera tale da alternare il coro, talvolta utilizzante strutture di basso 'ostinato' a sezioni solistiche di carattere brillante, insieme a ritornelli strumentali. Il primo concerto Nigra sum, il cui testo è tratto dal Cantico dei Cantici, è affidato al solo Tenore accompagnato dal basso continuo, ma ritoma Vensemble corale per il salmo Laudate pueri con alternanza di parti solistiche molto ornate incorniciate, all'inizio e alla fine, dal coro a otto voci reali e non separate in due cori («a 8 voci sole nel Organo», recita l'originale). Per il mottetto Pulchra es, anch'esso tratto dal Cantico dei Cantici, compare un duetto di soprani su Basso continuo, ma in realtà è una sola la voce che canta dall'inizio alla fine, mentre l'altra 'sostiene' la prima nelle diminuzioni raddoppiandole alla terza. Di nuovo compaiono le sei voci per Laetatus sum, che utilizza un basso di genere 'ostinato', seguito dal concerto Duo seraphim, un mottetto per tre tenori e basso continuo di carattere meditativo ma altamente virtuosistico che interrompe, in un certo senso, il filo del discorso, perché non ha molto a che vedere con la festività della Vergine essendo dedicato al mistero della Trinità (non a caso molto venerato nella basilica palatina di S. Barbara in Mantova). Dieci voci disposte in due cori per il Nisi Dominus (i due cori hanno però la medesima parte di Tenore, che ha il canto fermo) organizzati secondo il principio dei cori battenti, e a seguire il mottetto Audi, coelum per Tenore, un Tenore in eco, e successiva entrata di un coro a sei voci. E infine l'espressione del trionfo nell'ultimo salmo, Lauda Jerusalem, per sette voci e basso continuo strutturate in due cori a tre voci (organizzati secondo il principio dei cori spezzati) tenuti insieme dai Tenori che hanno il canto fermo. A questa segue la Sonata sopra Sancta Maria, un esteso e complesso brano strumentale all'interno del quale una voce solista ripete per undici volte l'invocazione litanica «Sancta Maria ora prò nobis». L'inno Ave maris stella è composto secondo il principio della stroficità insita nella forma stessa dell'inno: scrittura a otto voci in due cori si alterna a strofe eseguite solisticamente insieme alla presenza di un ritornello strumentale. Brano di ampie proporzioni è il Magnificat a sette voci e sei strumenti, concepito in maniera assolutamente nuova rispetto ai brani precedenti; in primo luogo è costruito a sezioni chiaramente distinte, ognuna delle quali corrispondente ad uno dei versetti del cantico, ma è soprattutto il ruolo attivo e drammatico che è richiesto agli strumenti a non avere eguali nel Vespro stesso, i quali non possono assolutamente essere considerati ad libitum.
Come abbiamo accennato, esiste nella stampa del 1610 un secondo Magnificat a sei voci e basso continuo, che può essere adoperato in luogo del precedente per il Vespro che si diceva alla vigilia della festa, meno solenne, o quando non si avevano a disposizione strumenti diversi dall'organo; in questo caso, Monteverdi aveva pensato alla possibilità di omettere le sezioni strumentali del Dixit Dominus e dell'Ave maris stella e di eseguire il Deus in adiutorium a voci sole, ulteriore esempio della flessibilità della raccolta.
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