Santo musicante
Parma, Battistero, Rilievo |
È lo strumento ad arco medioevale
di piccola taglia e dal suono più acuto. Provvisto di due
o tre corde, è formato da una piccola cassa piriforme di
legno duro che costituisce un unico corpo con il manico, sopra
il quale è applicata una tastiera. La tavola armonica è
provvista di due fori di uscita del suono a forma di C o di semicerchio.
La ribeca europea è derivata dal rebab arabo,
introdotto in Spagna con l'invasione del Mori. Nelle Cantigas
de Santa Maria si trovano infatti strumenti ad arco "da
gamba" del tutto simili all'originale moresco: forma allungata
a "barchetta" e cordiera rivolta all'indietro. Nelle
testimonianze iconografiche del centro e nord Europa si trovano
invece ribeche "da braccio" con caratteristiche organologiche
vicine all'attuale lira greca: cassa più larga
e cavigliere a forma di disco.
Strumento dal suono aspro e nasale trova consensi in vari ambienti
sociali. Nel Decameron di Giovanni Boccaccio il buon Calandrino,
con gran diletto di tutta la brigata, accompagna con la ribeba il proprio canto riuscendo ad "aggratigliare" il cuore
della bella Niccolosa: "tu mi ha aggratigliato il cuore con
la tua ribeba" (IX,5). Il primo riferimento in lingua volgare
risale all'inizio del XIV secolo quando nella leggenda di Santa
Caterina d'Alessandria è richiesto "saper sonare una
rubeba bene e dolcemente".
All'inizio del Quattrocento la ribeca è sicuramente presente
in taglie di varie dimensioni e altezze sonore, come è facilmente
deducibile dalla descrizione delle feste presenti nel Liber Saporecti di Simone Prudenzani (1415):
L'altra sera puoi venner suon d'archetto Rubebe, rubechette et
rubecone
Ch'a tucta gente d'ieder gran dilecto
(Sonetto 34)
Per avere una cospicua documentazione iconografica e letteraria relativa
alla ribeca di area italiana, bisognerà attendere il Rinascimento
quando verrà frequentemente rappresentata nelle scene i angeli
musicanti e descritta all'interno di feste e spettacoli. |